Kimi L. Davis
"Allora torni davvero a New York?" Mi chiese Ingrid guardandomi piegare i vestiti della sera prima e metterli in valigia.
Risi. "Dopo un bacio del genere, non credo di avere altra scelta". Chiusi la valigia con la zip.
Ingrid mi si avvicinò e mi strinse forte, cogliendomi di sorpresa. Ma ricambiai immediatamente il suo abbraccio.
"Mi dispiace per ieri", dissi.
Lei sorrise. "È tutto a posto. So che eri spaventata. Non ti sei mai sentita così prima, e può essere intenso: voglio solo vederti felice e penso che potresti esserlo con il tuo capo".
"Non ne sono sicura, Ingrid: mi eccita e mi terrorizza allo stesso tempo. Non so se potrò essere felice con un uomo così".
"Non lo conosci ancora", mi rispose. "Da quello che ho visto dopo che ti ha baciata, so per certo che vuoi che lui ti renda felice, in tutti i sensi". Mi guardò e aggrottò le sopracciglia.
Sgranai gli occhi e afferrai il cuscino più vicino, sorridendo mentre mi preparavo a lanciarlo.
"Non pensarci nemmeno", disse lei.
Invece lo feci e la colpii in pieno viso.
Rimase un attimo interdetta per lo shock, mentre io non riuscivo più a trattenermi dalle risate.
Ingrid raccolse il cuscino dal pavimento. "E va bene: l'hai voluto tu", disse con un sorriso malvagio: e mi caricò, facendomi urlare e correre fuori dalla stanza, ridendo per tutto il tempo.
Dopo la battaglia dei cuscini, trascorremmo il resto della giornata a guardare film e mangiare cibo spazzatura anche se la nostra conversazione continuava a tornare sul signor Benson: non so se fosse per colpa sua o per colpa mia, ma non potevamo fare a meno di fare ipotesi su ciò che gli piacesse e su ciò che non gli piacesse, su ciò che lo eccitasse o su quello che detestasse.
Capii solo in quel momento di non conoscerlo affatto, cosa che però non impedì a Ingrid di immaginare addirittura il nostro matrimonio, la nostra luna di miele e i nostri futuri figli! Però l'idea di me e del signor Benson insieme cominciava a piacermi sempre di più. Mi chiesi se non fosse stato il caso d'iniziare a chiamarlo Theodore, anche se mi limitai a pensarlo solamente e non dissi nulla ad alta voce.
***
Il suono del campanello mi fece tremare dall'eccitazione.
Ingrid aprì la porta ed eccolo lì, vestito come al solito in modo impeccabile: abito grigio scuro, camicia bianca, scarpe lucidate in modo da poter vedere il proprio riflesso, capelli acconciati con una netta riga laterale.
Mi riempii la bocca di cereali per evitare di parlargli. Ma questo non significava che lui non si rivolgesse a me.
"Buongiorno, Hailey", disse con un sorriso affettuoso, facendo sì che il mio cuore assonnato si risvegliasse.
Vide la mia bocca piena di cereali e il suo sorriso si trasformò in un vero e proprio ghigno, facendomi venire le palpitazioni. Smettila di reagire così, stupido cuore!
"Vado a rinfrescarmi. Ci vediamo tra qualche minuto", disse Ingrid dirigendosi verso la sua camera da letto, lasciando me e il mio povero cuore con il signor Benson. Theodore? Il signor Benson? Mannaggia, devo prendere una decisione!
Feci del mio meglio per ignorarlo, ma era praticamente impossibile. Era come se ogni cellula del mio corpo venisse risvegliata dalla sua presenza.
Mi si avvicinò finché non mi fu dietro. Sentivo il cuore fremere per l'eccitazione di averlo così vicino. Ci volle tutto quello che avevo per rimanere seduta quando invece avrei voluto disperatamente alzarmi e abbracciarlo forte.
Due mani forti mi si posarono sulle spalle, con una presa calda e salda. La sensazione delle mani del signor Benson su di me mi fece dimenticare tutto tranne il suo tocco. Desideravo disperatamente avere qualche potere per oppormi a lui, ma non ne avevo.
Il tocco delle sue labbra sulla mia guancia mi fece sobbalzare di sorpresa. "Calmati, Hailey", mi sussurrò sulla pelle. Spostò la sua bocca sul collo, piantandoci baci fino a raggiungermi la clavicola.
Tutto in me mi implorava di chiudere gli occhi e lasciare che fosse lui a prendere il controllo: soccombere al suo tocco esperto e ai suoi baci travolgenti, lasciare che le sue braccia mi avvolgessero il corpo, il cuore, la mente e l'anima.
Scese con le mani lungo le mie spalle e il mio lato razionale intervenne appena in tempo. Mi alzai dalla sedia, sottraendomi al suo tocco seducente. Lui indietreggiò, con un'espressione di sorpresa sul volto.
"Dobbiamo fare una conversazione seria prima che tutto questo continui. È chiaro, signor Benson?" Dissi con voce calma, anche se mi sentivo tutt'altro che rilassata.
Fece un passo avanti, allungando la mano verso la mia. Prima che potessi pensare di allontanarmi, me la posò sul polso e lo strattonò, tirandomi tra le sue braccia.
"Ne parleremo, signorina Pritchett, ci può contare. Ma nel frattempo, non intendo aspettare di toccarla. È chiaro?" Rispose, con un tono altrettanto calmo, facendomi diventare le ginocchia di gelatina.
Lo fissai senza trovare le parole per controbattere. Sì, dovevamo parlarne, ma la sensazione delle sue mani sul mio corpo era troppo bella.
Mi fissò a sua volta senza battere ciglio o indietreggiare, e io mi persi nei suoi occhi: il grigio che si trasformava in nuvole vorticose e cariche di tempesta, che corrispondevano al rimbombo che sentivo sottopelle.
Il suono di qualcuno che si schiariva la gola ruppe la trance in cui ci trovavamo.
Mi girai e vidi Ingrid che faceva del suo meglio per non sorridere. Mi resi conto del fatto che mi trovassi avvolta tra le braccia del signor Benson e feci un salto indietro, facendo sì che allentasse la presa e mi lasciasse andare. Tirai un sospiro di sollievo, che non passò inosservata a nessuno dei due.
"Sono venuta a ricordarvi che il vostro volo partirà tra poco", disse Ingrid.
Il signor Benson le si avvicinò e le offrì la mano, che Ingrid strinse immediatamente. "Grazie per avercelo ricordato", disse. Poi si girò verso di me. "La signorina Pritchett ha la capacità di farmi dimenticare le cose". Sentii il rossore risalirmi sulle guance.
"Devo solo prendere le mie cose", dissi.
"Non c'è bisogno", rispose. "Se ne è già occupato il mio autista". Mi mise una mano sulla schiena e mi guidò verso la porta.
La stessa Range Rover nera del giorno prima era ferma sul vialetto. L'autista scese e aprì la portiera posteriore. Mi sentii strana e leggermente a disagio quando lo fece. Non ci ero abituata.
Il signor Benson si infilò all'interno del veicolo e iniziò subito a parlare con qualcuno al telefono. Mi infilai silenziosamente dietro di lui, senza sapere cosa sarebbe successo dopo.