
Serie Unbound Libro 1: Desideri Senza Limiti
Autore
Nailynn
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Capitoli
71
A un respiro dal per sempre
SOFIE
Oggi era il giorno del mio matrimonio, quello che da bambina provavo davanti allo specchio della camera, con le coroncine di plastica che mi scivolavano sugli occhi.
Per la prima volta da quando Andrew mi aveva chiesto di sposarlo, non riuscivo a togliermi dalla testa che ci fosse qualcosa di sbagliato, per quanto cercassi di convincermi del contrario.
Il sole sorse su New York, in parte nascosto da nuvole scure, mentre la metropoli iniziava a risvegliarsi. Incastonata tra le torri di vetro, la chiesa aspettava. I suoi gradini in pietra erano stati levigati da anni di utilizzo.
All'interno, la luce colorata filtrava dalle vetrate e si riversava sulle panche. Ed eccomi lì, in piedi proprio al centro di tutto, a un solo respiro dal per sempre.
Claire mi stava accanto mentre mi passava il pennello da trucco sulla guancia. Nessuna delle due parlava. L'unico suono era il tocco leggero e costante delle setole sulla mia pelle.
Presi la collana di perle di mia madre. Le dita trovarono il fermaglio e un sorriso mi affiorò sulle labbra, prima di lasciar sfuggire una lacrima.
Ricordavo di aver volteggiato nel suo abito, con le perle che tintinnavano a ogni giro. Le sue braccia mi avvolgevano, tenendo insieme il mondo intero in quell'abbraccio.
Avrei tanto voluto che mia madre fosse lì.
L'abito mi fasciava il corpo; il pizzo avorio e il raso aderivano alla mia figura. Mi calzava a pennello, come se avesse aspettato solo me.
Claire mi sistemò il velo. «Sei bellissima.»
Incontrai il suo sguardo nello specchio. Aveva gli occhi lucidi e tratteneva a stento le lacrime.
«Ho sempre sognato di avere un matrimonio come il loro» dissi, guardandomi le dita che giocherellavano con le perle alla gola. La voce mi tremava, ma continuai. «Loro erano tutto ciò che vorrei essere, e ora sto iniziando il mio percorso proprio nella stessa data.»
Esitai. «Voglio costruire una famiglia con qualcuno che mi capisca, che mi ami fino in fondo, qualunque cosa accada. Voglio qualcosa di vero» dissi, con la voce rotta. «Qualcosa che resista quando la vita si fa difficile.»
Claire mi strinse dolcemente la mano. «Sarebbero così orgogliosi di te.»
Annuii, con un nodo alla gola.
Claire era la mia persona da sempre. Era quella che si presentava a mezzanotte con il cibo da asporto e film scadenti, quella che si sedeva sul pavimento del bagno con me e non mi chiedeva mai di smettere di piangere. Era la mia costante.
Un fremito di nervosismo mi si agitò nello stomaco. Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo.
Claire inclinò leggermente la testa, studiandomi attraverso lo specchio come faceva sempre.
«Tutto bene?» mi chiese con dolcezza. «Voglio dire, stai bene per davvero?»
Sorrisi d'istinto. «Certo. È solo l'ansia per il matrimonio.»
Non sembrava convinta, ma non insistette. Abbassai lo sguardo sulle mie mani, dove stavo facendo girare l'anello di fidanzamento attorno al dito.
«Andrew non ha chiamato ieri sera.»
Le mani di Claire si fermarono.
«Aveva detto che l'avrebbe fatto» aggiunsi. «Alla fine l'ho chiamato io, ma mi ha detto che era pieno di impegni: le correzioni della tesi e lo stress dell'ultimo minuto.»
I suoi occhi incrociarono i miei nello specchio.
«Non importa» dissi, e ora le parole mi uscivano più in fretta. «Sono sicura che fosse solo stanco. Sai come diventa quando è sopraffatto.»
Risi sommessamente. «A dire il vero, al suo posto probabilmente mi sarei comportata allo stesso modo.»
Claire strinse le labbra in una linea sottile. «Ti ha dato fastidio?»
La risposta sincera si fece strada dentro di me, stringendomi il petto. Sì, mi aveva dato fastidio. Il silenzio si era prolungato abbastanza da farmi fissare il telefono e chiedermi perché mi sentissi così stupida a desiderare qualcosa di più.
Avevo imparato presto che l'amore dura di più quando non gli chiedi troppo. Desiderare in silenzio era più sicuro, così avevo ridimensionato i miei bisogni e mi ero convinta che accontentarsi di poco equivalesse a essere forti.
Andrew c'era, forse non nel modo in cui avevo sempre immaginato, ma c'era. E questo era ciò che contava.
«No» risposi. «Non è niente. È la giornata di oggi che conta.»
Sostenni il suo sguardo attraverso lo specchio.
Dopo un istante, lei annuì. «Va bene.»
Le mie spalle si rilassarono, e la morsa che mi stringeva il petto si allentò un po'. Se Claire non era preoccupata, allora non dovevo esserlo nemmeno io.
Tornai a concentrarmi sul mio riflesso, ricomponendo l'espressione del viso in qualcosa di sicuro e radioso.
Lasciai uscire una risata tremula. «Potresti controllare se Andrew è pronto? All'improvviso mi è presa l'ansia.»
Annuì, con un piccolo sorriso. «Certo.»
La porta si chiuse silenziosamente dietro di lei. Quando rimasi di nuovo sola nella stanza, mi aggrappai all'ordine che avevo costruito. Quella giornata era stata pianificata al minuto, eppure l'inquietudine riuscì a insinuarsi comunque, mentre il silenzio mi avvolgeva.
Il battito del mio cuore risuonava forte nel silenzio. Avevo le mani sudate. Le strofinai contro l'abito, stretta tra quegli strati di pizzo.
«Calmati. È solo ansia. È normale» dissi a me stessa.
Ma il silenzio non si placò, si fece più opprimente. Un lieve tremore mi attraversò il basso ventre, un avvertimento che avevo imparato a non ignorare mai.
Guardai l'orologio. Claire sarebbe già dovuta tornare.
Mi alzai. L'abito frusciò in modo netto in quel silenzio greve, e andai verso la porta. La aprii appena, quanto bastava per dare un'occhiata fuori.
Il corridoio era vuoto. Si estendeva lungo e in penombra, mentre le vetrate proiettavano colori tenui sui pavimenti lucidi. Non c'era rumore di passi vicino a me, solo un sommesso mormorio oltre le porte da cui la musica andava e veniva.
Oltre i vetri, nuvole scure incombevano sulla città, e la pioggia cominciò a battere in modo insistente.
Aspettai, ma ancora niente.
Un brivido mi percorse la schiena. Chiusi la porta e vi appoggiai la fronte per un secondo, costringendomi a respirare.
Datti un contegno.
Mi voltai verso la stanza e cominciai a fare avanti e indietro. Un passo, poi un altro. La gonna dell'abito oscillava a ogni cambio di direzione, sfiorandomi le gambe.
Perché ci voleva così tanto tempo?
Mi strofinai i palmi delle mani, poi li passai di nuovo sul davanti dell'abito. I pensieri si accavallavano, girando intorno alle stesse domande senza risposta.
Forse era stata trattenuta da un imprevisto, o forse Andrew era in ritardo.
Il silenzio suggeriva il contrario.
Il cuore mi batteva più forte. La stanza sembrava essersi rimpicciolita rispetto a qualche minuto prima. Andai verso lo specchio, ma mi voltai subito dall'altra parte, incapace di guardarmi ancora.
La maniglia girò e io mi bloccai.
La porta si aprì ed entrò Claire. Bastò uno sguardo al suo viso per fermare tutto.
Aveva gli occhi gonfi e cerchiati di rosso. Dischiuse le labbra, per poi serrarle di nuovo, come se non riuscisse a trovare le parole.
Sentii un vuoto allo stomaco.
«Claire» mormorai. «Che c'è? Andrew sta bene?»
Chiuse la porta alle sue spalle, con uno scatto che rimbombò nella stanza. Non rispose subito. I suoi occhi si piantarono nei miei, lucidi e colmi di lacrime, e ancora prima che aprisse bocca, una parte di me aveva già capito.
Mi si gelò il sangue.
«Claire» dissi di nuovo. La mia voce suonava strana, come se appartenesse a un'altra persona.
«Ho parlato con Mark» disse a bassa voce. «Andrew gli ha telefonato.»
«Sofie...» Deglutì. «Non viene.»
Le gambe mi cedettero e caddi a terra con un tonfo, perdendo completamente il respiro. Strinsi il vestito, annaspando, mentre un gemito spezzato mi sfuggiva dal petto. Ogni cosa mi stava crollando addosso.
Si lasciò cadere sul pavimento accanto a me. Mi avvolse tra le braccia e mi strinse forte, mentre il mio corpo era scosso dai tremiti. I singhiozzi esplosero in modo violento. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a riprendere fiato.
Il profumo delle rose del mio bouquet, fino a poco prima rassicurante, ora mi dava la nausea. Il pizzo delicato mi graffiava la pelle, ogni filo era un duro promemoria di come quella giornata stesse andando in pezzi.
Tutto ciò che avevo immaginato — il grande giorno, la cerimonia, le promesse, la nostra vita futura — era andato in frantumi. Una parte di me se lo era sempre aspettato; non la crudeltà del gesto o l'umiliazione pubblica, ma la conferma di non essere abbastanza.
Il calore mi avvampò il collo mentre immaginavo i volti degli invitati, il modo in cui mi avrebbero guardata da quel momento in poi. Tutti avrebbero saputo che l'uomo che avrebbe dovuto amarmi aveva dato un'occhiata alla nostra eternità e le aveva voltato le spalle.
Da qualche parte oltre quelle pareti, la musica continuava a suonare. Gli ospiti erano ancora seduti ai loro posti, in attesa.
Non so per quanto tempo piansi. I minuti si dilatarono, perdendo forma. A un certo punto, il mio corpo smise di tremare. Le lacrime non si arrestarono, ma rallentarono.
Rimasi lì distesa, rannicchiata su me stessa, con l'abito attorcigliato e sgualcito sotto di me. Il corpo mi doleva per lo strazio.
Claire allungò una mano e mi sistemò un ricciolo dietro l'orecchio.
«Vado ad aiutare Mark con gli invitati» sussurrò. La voce le tremava, ma mantenne la calma.
«Torno subito.»
Mi strinse dolcemente la spalla. Poi si alzò, esitò un istante e uscì silenziosamente dalla stanza.
Non riuscivo a muovermi. Il peso di quella giornata mi crollò addosso. Quel giorno non apparteneva solo a me, era l'anniversario dei miei genitori.
Loro avevano costruito qualcosa di vero, il tipo di amore che dubitavo esistesse al di fuori di loro due. Quello non avrebbe dovuto essere solo il mio inizio; era inteso come la continuazione della loro storia.
Pensavo che, pronunciando le mie promesse nel giorno del loro anniversario, un po' di quella luce avrebbe illuminato anche me, che il loro amore avrebbe benedetto il mio. Mi ero aggrappata a quella data come se fosse la prova che qualcosa di bello potesse succedere anche a me.
Ora, invece, mi sentivo derubata anche di quello.
Il pensiero degli invitati che bisbigliavano tra loro, consapevoli che Andrew non volesse un futuro insieme a me, mi faceva attorcigliare le budella. Non potevo permettere che mi vedessero in quello stato. Tutti avrebbero capito che non ero stata abbastanza.
Mi sollevai dal pavimento, con le gambe molli e le mani che tremavano mentre mi strappavo il velo dalla testa. Le forcine mi graffiarono il cuoio capelluto, facendomi ricadere i capelli sciolti sulle spalle.
Aprii la porta e uscii nel corridoio.
A sinistra mi aspettavano le doppie porte della navata, riscaldate dalla musica e dall'attesa di una vita che doveva cominciare. A destra mi aspettava l'uscita, diretta verso il nulla e verso qualsiasi luogo.
Rimasi lì in mezzo, con il respiro corto e il cuore che batteva all'impazzata.
La chiesa offriva soltanto l'eco di una promessa già infranta. L'uscita non prometteva nulla, ma mi apparteneva.
Mi voltai. Lì dentro non c'era più niente per me.
Spalancai le porte ed uscii sotto la pioggia.









































