
Il re di Khumkani
Autore
Marilie Reynolds
Letto da
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Capitoli
47
Capitolo 1
JOOKE
«Signore e signori, è iniziato l'imbarco del volo 268 per Londra. Tutti i passeggeri sono pregati di recarsi al Gate 7.»
Un altro annuncio riecheggia per l'aeroporto, ma del fratello di Jack non c'è ancora nessuna traccia.
Tamburellando le dita sul tavolo, controlla di nuovo il telefono. La barra delle notifiche è ancora vuota, proprio come la tazza di caffè decaffeinato che ha finito mezz'ora fa.
«È meglio che il tuo papà non sparisca di nuovo nel nulla, o finirò per scomunicarlo» mormora. Si preme una mano sullo stomaco prima di scrutare la folla ancora una volta. «Ed è meglio che tuo fratello arrivi presto, Jack.»
Si sistema sulla sedia, con la vescica che sta perdendo un'altra battaglia in questa guerra di gavettoni contro i suoi ormoni.
«Posso portarle qualcos'altro?» le chiede il cameriere con un grande sorriso. Prende la tazza vuota per poi pulire i pochi granelli di zucchero rimasti sul tavolo.
«No, grazie.» Lei sorride, notando che i suoi modi spensierati le ricordano tanto Jack.
La loro storia d'amore è stata un vero e proprio turbine. Un mese: ecco quanto ci ha messo Jack a chiederle di sposarlo dopo che avevano iniziato a frequentarsi. Poco dopo, però, le ha annunciato che doveva tornare a casa, su un'isola privata di nome Khumkani.
Poi l'ha lasciata una settimana dopo, promettendole che si sarebbe fatto sentire il prima possibile.
Quello che è seguito è stato un silenzio radio di quasi quattro settimane, fino a una settimana fa. Poi le ha detto di fare i bagagli e di raggiungerlo a Khumkani. Suo fratello, Ben, si sarebbe trovato a Città del Capo per lavoro e sarebbe andato a prenderla in aeroporto. Lei non sa nemmeno che aspetto abbia.
Tutto ciò che Jack le ha detto è che Ben è una versione più grande e matura di lui. Un paio di mentine scivolano fuori dal portaconto in plastica quando il cameriere le porta il conto. Lei gli porge la banconota rosa e viola, poi dà un'altra occhiata al telefono.
Ancora niente. Nessuna chiamata persa, nessun puntino che indichi che sta scrivendo, niente di niente. E sono passate ore da quando l'ha sentito l'ultima volta.
Da quando ha detto a Jack di essere incinta, non è passato un solo giorno senza che lui le mandasse un'e-mail o un messaggio. Le ha scritto di argomenti che non avevano mai affrontato quando era fisicamente lì, parlando di cose a cui lei pensava non fosse nemmeno interessato.
Questo lo ha reso ancora più intrigante e affascinante di quando si sono conosciuti. E quando lei gli ha chiesto spiegazioni su quel mese di silenzio, che l'aveva fatta preoccupare non poco, lui non ha avuto la minima esitazione nel giustificarsi.
Ugh, suo padre si starà probabilmente rivoltando nella tomba in questo preciso momento. Le sembra quasi di sentirlo dire: «Jooke, ek het jou nie so groot gemaak nie!» (Jooke, non ti ho cresciuta così!)
Beh, non l'ha cresciuta in quel modo, ma eccola qui. È seduta all'aeroporto internazionale di Città del Capo, incinta e pronta a stravolgere la sua intera vita per un uomo, senza nemmeno una fede al dito.
Almeno la parte del fidanzamento è sistemata; ora le manca solo che il suo fidanzato si faccia vivo per davvero.
Le sue dita sfiorano la delicata catenina che ha al polso, calda e familiare contro la pelle. Santo cielo, quanto le manca suo padre. Era la sua unica certezza, il suo più grande sostenitore, e gli sarebbe piaciuto da impazzire diventare nonno.
Un baccano che riecheggia tra la folla attira la sua attenzione su una signora. Sta faticando a spingere un passeggino mentre cerca di trattenere un bambino che piange e sbatte i piedini.
La povera donna sembra essere al limite della sopportazione, soprattutto quando anche il neonato si fa sentire.
Jooke non esita. Dimenticandosi per un attimo della vescica piena, si alza dalla sedia e si avvicina alla famiglia. Dopotutto, è una maestra d'asilo: gestire i bambini difficili è la sua specialità.
Quando la madre lascia la mano del bambino più grande per prendere il neonato dal passeggino, lui scappa via. Per fortuna, corre proprio in direzione di Jooke.
«Ehi, ometto» lo chiama con dolcezza. Lo prende in braccio mentre lui cerca di superarla correndo. «Dove vai così di fretta, mh?»
«Anton!» In preda al panico, la madre gli corre dietro. Stringe il neonato al petto, dimenticandosi del passeggino in mezzo all'aeroporto. «Non farlo mai più!»
La donna si volta verso di lei e sospira. «Grazie per averlo fermato. Suo padre ha appena preso un aereo per lavoro, e lui non l'ha presa per niente bene.»
«Ci mancherebbe» risponde, prima di riportare l'attenzione sul bambino che ha in braccio, con le guance bagnate di lacrime. Prende un fazzoletto dalla borsa, gli asciuga le lacrime e il nasino, poi gli dice: «Io mi chiamo Jooke, è un vero piacere conoscerti, Anton.»
Visto che lui non le risponde e continua a piangere, Jooke lo mette giù. Si rimbocca il vestito azzurro dietro le ginocchia e si accovaccia di fronte a lui. «Sai, ho una cosa molto speciale qui nella borsa. Vuoi vedere cos'è?»
Lui tira su col naso, cercando di trattenere le lacrime, e annuisce.
Lei apre la borsa e gli lascia dare una sbirciata. Il viso del bimbo si illumina, nonostante i piccoli singhiozzi scuotano ancora il suo corpicino.
«Facciamo così» continua, spostandogli i capelli dalla fronte. «Se smetti di piangere e la mamma dice di sì, puoi tenerlo tu.»
Lui guarda subito la sua mamma, trasformando il singhiozzo successivo in un sussulto trattenuto. La madre annuisce per dargli il permesso, mentre culla il fagotto rosa che si agita tra le sue braccia.
Jooke tira fuori il pupazzo bianco dalla borsa e gli porge il piccolo agnellino di peluche. «Scommetto che non sai dirmi quanti anni hai!»
Anton annuisce. Stringe il giocattolo al petto e allunga una mano con tre ditine puntate in aria.
«Tre anni!» esclama lei. «Wow, sei proprio un ometto!» Quel complimento lo fa sorridere attraverso le ultime lacrime. «Beh, visto che sei così grande, voglio farti una proposta.»
Lui annuisce di nuovo, questa volta con un po' più di entusiasmo.
«Dato che il tuo papà è via, significa che ora sei tu l'uomo di casa. E se mi prometti che farai il bravo con la mamma e che la aiuterai con la tua sorellina, puoi tenerti il giocattolo.»
«Dav... davvero?» fa lui tra i singhiozzi, con gli occhi sgranati.
«Davvero.» Lei sorride. «Ma ricorda, non potrai farlo se piangi!» Prende la sua piccola mano tra le sue e gli chiede: «Allora, affare fatto?» Lui annuisce di nuovo e le stringe la mano.
«Come si dice, Anton?» interviene la madre, mentre la neonata si è finalmente calmata.
«Gra... grazie.»
«Di nulla, ometto.» Gli arruffa i capelli prima di rimettersi dritta in piedi. «Ora va' a fare il bravo per la tua mamma.»
Voltandosi per tornare al suo tavolo, va a sbattere contro un muro. Un muro di carne e ossa, ovvero un petto duro come la pietra. L'uomo è bellissimo; persino con addosso un semplice paio di pantaloni grigio chiaro e una camicia bianca immacolata, emana potere.
Non mostra la minima intenzione di spostarsi. La fissa e basta con i suoi penetranti occhi blu acciaio, un leggero cipiglio tra le sopracciglia e un muscolo che gli guizza nella mascella.
Lei apre bocca per scusarsi, ma lui non gliene dà il tempo e parla per primo. «Tu sei la fidanzata di Jack.» È un'affermazione, non una domanda, ed è in quel momento che Jooke la nota: la somiglianza.
«E tu sei il fratello di Jack» ribatte lei. La sua voce sembra riscuoterlo da qualsiasi tipo di trance in cui si trova.
Lui le tende la mano: grande, curata ma mascolina. «Ben.»
«Jooke» risponde lei con un sorriso. Il palmo di lui è solido e caldo quando accetta la stretta.
Lui non si è mosso. Continua a fissarla come se fosse un'equazione di matematica di cui non riesce a trovare la soluzione. Poi inclina la testa verso Anton e la sua mamma. «Ci sai davvero fare con lui.»
Seguendo il suo sguardo, il sorriso di lei si fa un po' più dolce vedendo Anton che mostra l'agnellino alla sorellina. «Deformazione professionale, suppongo.»
«Devi essere una maestra formidabile.» Lui ridacchia, attirando di nuovo il suo sguardo.
«Lo sono» concorda lei facendosi scappare una risata. «E solo perché amo alla follia il mio lavoro.»
La risata di lui si spegne in un mormorio. Per un istante, il silenzio scende tra loro, mentre la luce artificiale dell'edificio gioca con le sfumature azzurre dei suoi occhi.
Per un momento, lui si limita a guardarla. Poi quell'azzurro acciaio sembra scurirsi. «Dobbiamo andare. Dove sono le tue cose?» Il suo tono si abbina a quello sguardo profondo; suona molto più simile al Ben «uomo d'affari» che le aveva descritto Jack.
Lei annuisce, costringendosi a prendere un bel respiro. Ci siamo. Si gira verso il tavolo. Il battito del suo cuore copre il suono di un altro annuncio che si fa largo nel brusio continuo della folla. Questo è il primo passo verso la sua nuova vita.
Infila il telefono nella borsa, ignorando le mentine ancora sparse sul tavolo. I suoi ormoni si ribellano all'odore. Si mette la borsa in spalla e torna a guardare Ben. «Sono pronta.»
Quando fa per prendere la valigia, lui le afferra la maniglia prima di lei, aggrottando le sopracciglia. «È tutto qui quello che hai? Solo una valigia?»
«Beh, sì.» Lei fa spallucce. «Non do molto peso alle cose materiali.»
Lui non risponde. Le appoggia semplicemente la mano sulla parte bassa della schiena, guidandola verso l'uscita del ristorante.
Mentre si avvicinano al tavolo di Anton e di sua madre, il bambino salta in piedi sulla sedia con il peluche in mano. Passandogli accanto, Jooke allunga una mano per arruffargli i capelli, ma lui invece le si butta tra le braccia.
«Ehi, ometto» ride lei, perdendo l'equilibrio per quel movimento improvviso. Per la seconda volta da quando ha conosciuto Ben, si ritrova a scontrarsi con lui. La mano che le teneva sulla schiena le scivola intorno alla vita per sorreggerla.
«Mi dispiace tantissimo!» La madre si alza per aiutarla, rivolgendo a lei e a Ben un sorriso di scuse.
«Va tutto bene.» Jooke fa una risatina, accarezzando i capelli di Anton prima di rimetterlo giù sulla sedia.
«Non fa che parlare di te da quando gli hai regalato quel peluche» continua la madre. «Ti chiama 'la bella signora'.»
«Oh, che dolcezza.» Sorride, fin troppo consapevole del braccio di Ben ancora avvolto intorno alla sua vita. Prova ad allontanarsi, ma lui non si sposta di un millimetro. Anzi, stringe un po' di più la presa. Non in modo dispotico, ma fermo e deciso.
Lo sguardo della mamma di Anton si sposta su Ben. «Non so se abbiate già dei figli, ma sua moglie sarà una madre meravigliosa.»
Lei apre la bocca per spiegare che è fidanzata con suo fratello e che non sono sposati, ma Ben la precede. «La ringrazio» dice con calma.
La ringrazio? Sul serio? È questa la sua spiegazione?
Prima che lei possa reagire, lui le stampa un bacio sulla sommità della testa. Non può vedergli il sorriso sul volto, ma lo percepisce dal rossore felice sul viso della mamma di Anton.
«Mia moglie ci sa davvero fare con i bambini» aggiunge lui.









































