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La compagna rapita

Capitolo 3: Lo Odio.

Skylar

Emmeline mi svegliò di soprassalto. Disse che nostro padre aveva urgenza di vedermi.
Entrai nella stanza con il cuore in gola. Gli uomini che avevo spiato dalla finestra erano lì. Mi sentii in imbarazzo, sapendo che non avrei dovuto guardarli.
Era risaputo che l'alfa del branco Tenebris fosse in visita. Aveva fama di essere crudele e spietato, oltre che senza compagna.
Emmeline sperava ancora di trovare un compagno di alto rango, senza badare se fosse predestinato o per scelta. A me invece importava. Volevo il mio compagno predestinato.
Fissare un alfa era considerato irrispettoso. Non volevo farlo, ero solo curiosa. Raramente lasciava il suo territorio se non per attaccare.
In pochi sapevano che aspetto avesse.
Ora mi trovavo nella stessa stanza con lui. Avrei dovuto tremare di paura, ma non era così.
Mio padre iniziò a parlare, ma l'alfa lo zittì.
Lo trovai maleducato. Questa era casa di mio padre, dopotutto.
Poi mi afferrò il mento con le sue manone tatuate e inanellate d'oro. Mi girò la testa di qua e di là, esaminandomi come fossi bestiame al mercato. Mi sentii ribollire di rabbia. Potevamo non essere ricchi come il suo branco, ma meritavamo rispetto.
Non si degnò nemmeno di rivolgermi la domanda. Chiese a mio padre, come se io non avessi voce in capitolo.
Poi mi ordinò di guardarlo. Non volevo, ma mi costrinse.
Lo fissai per un attimo prima di distogliere lo sguardo.
Ebbe persino la faccia tosta di mettere in dubbio chi fossero i miei genitori. In quel momento decisi che non mi piaceva affatto. Come osava!
Mio padre iniziò a parlare, probabilmente di mia madre, ma fu interrotto di nuovo.
Poi disse le parole che mi gelarono il sangue.
«Bene, la prendo io.»
Avevo tenuto la testa china per rispetto, ma a quelle parole alzai lo sguardo. Il suo viso era inespressivo. Né gentile, né arrabbiato. Solo vuoto.
Mi girai verso mio padre, con gli occhi sgranati dalla paura.
Era stata una sua idea?
«Papà?» chiesi, ma l'alfa mi zittì.
«Skylar? Guardami.»
Deglutii a fatica e lo guardai di nuovo.
Poi disse le parole che mi fecero venire la nausea.
«In ginocchio. Sottomettiti al tuo alfa» ordinò.
Non potevo credere a quello che stava succedendo. Mio padre mi stava cedendo.
Scossi la testa e indietreggiai.
«N... no. Non lo farò. Tu non sei il mio alfa» dissi, con la voce tremante.
Guardai mio padre.
«Papà? Cosa sta succedendo?»
Cercò di sorridere, ma si vedeva che era turbato.
«Sky... Devi andare con l'Alfa Sebastian, sarai la sua compagna.»
Scossi la testa. Non poteva essere vero. Mio padre mi aveva sempre protetta dai lupi senza compagne.
Ora mi stava consegnando a quest'uomo crudele.
«No... no» dissi, «Non ci andrò. Lui non è il mio compagno, non il mio compagno predestinato.»
Mi voltai e corsi verso la porta. Sarei scappata se necessario, ma non mi sarei consegnata a lui.
In qualche modo, l'Alfa Sebastian arrivò alla porta prima di me. La sbatté e mi afferrò per i capelli.
Urlai mentre mi tirava la testa all'indietro. Faceva un male cane.
Mi costrinse a guardare il suo viso, ora furioso.
«Ti sottometterai a me, Skylar, ora inginocchiati» mi intimò.
Sentii una voce nella mia testa. All'inizio pensai fosse la mia lupa, ma poi capii che era Emmeline che mi parlava tramite collegamento mentale.
Qualunque cosa tu faccia, Sky, non sottometterti a lui.
Non c'era bisogno che me lo dicesse. Non avevo alcuna intenzione di sottomettermi.
Chiesi alla mia lupa di darmi coraggio.
«Non lo farò» dissi a denti stretti.
La sua mano mi strinse la gola.
Se avessi dovuto scegliere tra sottomettermi o morire, avrei preferito la morte.
Dopo di che, tutto accadde in un lampo.
Le porte si spalancarono mentre due strani combattenti entravano, mio padre cercò di fermarli, l'Alfa Sebastian urlò furioso...
Poi uno dei combattenti mi si avvicinò con una corda. Cercai di divincolarmi ma l'alfa mi teneva stretta.
Quando la corda toccò la mia pelle, urlai.
Bruciava al contatto, e continuò a bruciare mentre il combattente mi legava rudemente le mani.
Doveva esserci qualcosa sopra. Aconito, o dell'argento.
Sentii la mia lupa indebolirsi mentre le sostanze facevano effetto.
«Fa male» dissi piano.
L'alfa mi guardò e sorrise appena, quasi compiaciuto del mio dolore.
«Ci sono conseguenze spiacevoli quando non si obbedisce al proprio alfa.»
Stavo per urlargli che non sarebbe mai stato il mio alfa, ma lui si allontanò.
Anche se lo avessi voluto come compagno, che razza di compagno sarebbe stato? Era orribile e terribile.
Lo odiavo con tutto il cuore.
Lanciai un ultimo sguardo implorante a mio padre.
«Ti prego papà... Non farlo» lo supplicai.
«Sii... sii solo una brava ragazza, Skylar. Andrà tutto bene se sarai una brava ragazza» disse.
Poi la corda fu tirata con forza. Per poco non caddi in avanti.
Fui trascinata fuori dalla casa del branco dalla corda intorno ai polsi, completamente ignorata dall'alfa e dai due combattenti.
Quando pensavano che non camminassi abbastanza velocemente, tiravano la corda bruscamente.
Mi voltai un'ultima volta mentre la mia casa scompariva. Lacrime silenziose mi rigavano il viso.
Avevo sempre cercato di essere buona. Di essere rispettosa. A cosa era servito?
Perché non aveva voluto mia sorella?
Lei sarebbe andata con lui volentieri. Allora perché mi aveva detto di non sottomettermi? Non che lo volessi fare, ma sembrava strano.
Presto smisi di pensarci mentre spine e rami mi graffiavano la pelle delle gambe e dei piedi.
I tagli sulla mia pelle sanguinavano, ognuno faceva sempre più male. Senza la mia lupa, non potevo guarire. Era questo che intendeva per conseguenze spiacevoli?
Ogni volta che inciampavo o cadevo, il combattente che mi trascinava strattonava la corda con forza. Guardarlo con rabbia avrebbe solo peggiorato le cose. Vedeva il sangue, ma non gli importava.
Potevo sentirlo.
Il confine tra il mio branco e il suo si stava avvicinando. Una volta attraversata quella linea, non ci sarebbe stato ritorno. Avevo sentito i sussurri. Una volta nel suo territorio, sarei rimasta in trappola.
Questa era la mia casa, e mi stavano portando via contro la mia volontà.
Mi fermai di botto.
Il combattente che teneva la corda si voltò e mi guardò furioso.
«Muoviti» ordinò.
Rimasi immobile e scossi la testa.
Tirò la corda così forte che caddi in ginocchio.
Gridai. Non era solo la linea invisibile ad essere stata attraversata. Sentii qualcos'altro. Un rifiuto, una connessione spezzata.
Il mio branco mi aveva rifiutata.
Avevo sentito storie su quanto facesse male essere rifiutati dal proprio compagno. Era raro, ma succedeva. Ma il dolore di essere rifiutati dal proprio branco era cento volte peggiore.
Non c'era da stupirsi se i lupi ribelli perdevano la testa o diventavano dipendenti dall'aconito.
Mi tenni lo stomaco come meglio potevo, con le mani ancora legate. Mi piegai dal dolore e lasciai scorrere le lacrime.
Alzai la testa solo quando sentii un tocco gentile sulla guancia.
«Ecco, Skylar, inginocchiati e sottomettiti a me.»
Mi scostai dal suo tocco e lo guardai con rabbia.
«Tu... Tu hai fatto questo. Hai fatto in modo che il mio branco mi rifiutasse» dissi.
Mi guardò e annuì.
«È per il meglio. Ora devi solo inginocchiarti e sottometterti a me come tuo alfa e tuo compagno.»
Scossi la testa e lo guardai con odio.
«Non mi sottometterò mai a te, mai. Preferirei morire. Ti odio.»
Guardai la corda legata ai miei polsi. Sapevo che conteneva aconito o argento. I miei polsi bruciavano ancora per il contatto.
Ecco perché il combattente indossava i guanti.
Afferrai la corda a mani nude. Non cercai di trattenere l'urlo che mi uscì dalla bocca mentre la corda mi bruciava i palmi.
L'Alfa Sebastian mi strappò la corda dalle mani. Mi guardò furioso.
«Perché? Perché fare una cosa così stupida? Lo sai che questa corda contiene argento e aconito?»
Lo guardai con disgusto.
«Vuoi farmi del male... fai pure, o uccidimi, puoi farlo, non m'importa più» dissi.
Scosse la testa, poi mi afferrò il braccio e mi tirò in piedi.
Si voltò verso il combattente che teneva ancora la corda.
«Andiamo, muoviamoci» disse con rabbia mentre si allontanava.
Il combattente tirò la corda delicatamente, molto più delicatamente di prima. Forse provava pena per me.
Non avevo bisogno della sua pietà. Avrei solo aspettato di avere una possibilità di fuga.
Non avevo bisogno di ricordare le ultime parole di mia sorella. Non mi sarei mai sottomessa a lui. Avrei preferito morire piuttosto.
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