
Mason (Italian)
Capitolo 4
LAUREN
Qualche giorno dopo commisi il terribile peccato di essere in ritardo per il pranzo di Mason Campbell.
Stupide regole. Stupido Mason Campbell.
“Dove sei andata?” Sputò fuori Jade quando uscii dall’ascensore.
La sorpassai dicendo: “Perché non vieni a chiedermelo nell’ufficio del signor Campbell? Sono sicura che non gli dispiacerà sapere che ti interessi di dove se ne vada la sua assistente”.
Non attesi una risposta, perché sapevo che avrei ricevuto soltanto un’occhiataccia.
Bussai piano alla porta.
“Entra”.
Feci come mi era stato chiesto, con gambe e mani tremanti. “Il suo pranzo, appena in tempo, signore”. Sorrisi.
Lui non disse niente e io non mi mossi. Pensavo che se l’avessi fatto mi avrebbe sgridata.
Dopo alcuni minuti senza risposta, il signor Campbell alzò lo sguardo dai fogli che aveva davanti.
“Che stai aspettando? Un applauso per aver finalmente fatto il tuo lavoro come si deve?”
Io spalancai e richiusi la bocca, in cerca di qualcosa da dire. Pensandoci bene, che diavolo avrei dovuto rispondere a una frase del genere?
“Mettilo sul tavolo e vattene”.
Lo feci e me ne andai in silenzio.
Fui impegnata per tutta la giornata, anche se non smisi mai di pensare al mio capo. Ero abbastanza intelligente da non voler incrociare il suo cammino ancora una volta e rischiare di fare errori.
Facevo del mio meglio per starmene lontana dai guai e stava diventando mano a mano sempre più semplice.
Dopo aver lasciato l’ufficio quella sera mi fermai a un ristorante lì vicino e ordinai del cibo tailandese, sapendo che non sarei riuscita a preparare niente per la cena e che Beth non era in casa. Non ero una brava cuoca.
La mia migliore amica era grandiosa, ma cucinare non faceva per me.
Una volta a casa, collassai sul letto. Non mi ero neanche resa conto di quanto fossi stanca finché non avevo toccato il materasso.
Per tre giorni riuscii a rimanere nelle grazie del signor Campbell. Non smise di essere scortese con me, no, ma perlomeno la smise di insultarmi.
Era pur sempre un progresso.
Lui si stava abituando a vedermi in giro, ma non perdeva mai l’occasione per ricordarmi di quanto volatile fosse il mio lavoro. Se avessi fatto anche un solo errore, per me sarebbe finita.
Avevo accesso alla sua agenda, il che era molto utile quando non volevo essergli tra i piedi.
Mi stavo abituando a frequentare Aaron e Athena e fare amicizia con loro era fantastico.
Avevo anche scambiato qualche chiacchiera con Jonathan del dipartimento marketing. Era gentile, anche se pensava di essere più simpatico di quanto non fosse.
Jade non aveva smesso di trattarmi male, ma tutto ciò che riceveva in cambio delle sue cattiverie erano occhiatacce. Un affronto, dato che lei si aspettava di litigare con me ogni volta che apriva bocca.
Io ero adulta. E lei, di certo, non ce l’aveva presente.
Il lavoro era frustrante, specialmente quello che il signor Campbell mi assegnava sui suoi documenti.
Due giorni e stavo ancora combattendo con tutti i fascicoli nel tentativo di organizzarli in ordine alfabetico, dato che il telefono non la smetteva di suonare e venivo sempre interrotta.
Quando il telefono squillò accanto a me mi resi conto che non era un cliente né qualcuno che cercava il capo.
Era il capo stesso.
“Sì, signore?” Chiesi, cortese.
“Ti ho mandato per e-mail alcuni documenti da stampare. Mi servono ora”, ordinò, prima di chiudermi il telefono in faccia.
Io fissai la cornetta per un attimo, borbottando a bassa voce. Che stronzo.
Poi gemetti e guardai la pila di documenti davanti a me.
Dopo aver stampato quello che mi aveva chiesto, stavo per tornare al mio posto quando mi scontrai con qualcuno. I documenti mi scivolarono dalle mani.
Mi chinai a raccoglierli e la persona che avevo urtato cercò di aiutarmi.
“Mi dispiace tanto”, si scusò, porgendomi l’ultimo foglio.
Le sorrisi. “Non fa niente. Anche io non ero attenta”.
Lei si aggiustò gli occhiali e io osservai quant’era bella.
Tutti erano così affascinanti lì. Era come se il signor Campbell avesse assunto soltanto persone dal viso attraente, anche se dubitavo che fosse davvero così.
La ragazza di fronte a me indossava abiti semplici. Non era niente di straordinario, avrei potuto giurare di aver avuto una camicetta identica a quella che stava portando solo un anno prima.
Qualcosa mi diceva che era una ragazza come me, proveniente da un ambiente povero.
Mi rilassai a sapere che non ero l’unica a essere povera e a non indossare vestiti troppo costosi.
“Non ci siamo ancora incontrate. Io sono Odette e tu sei Lauren”.
“Conosci il mio nome?”
Lei sorrise. “Tutti qui conoscono il tuo nome, Lauren”.
“Dato che il signor Campbell ha assunto qualcuno che non rientra nei canoni dell’azienda, tutti devono per forza sapere il suo nome, giusto?” Sputai fuori, sulla difensiva.
L’espressione di Odette si intristì.
“No, certo che no”. Disse, sincera.
“So il tuo nome perché Jade non smette mai di parlare di te”.
Io alzai gli occhi al cielo. “Chissà come mai, ma non sono sorpresa. Niente di buono, suppongo”.
Lei si strinse nelle spalle in tutta risposta.
“Non ti ho mai vista in giro”, le dissi.
“Sì, non vengo qui a meno che non sia proprio necessario. Lavoro al secondo piano. Informatica. Dovresti passare a farmi visita, di tanto in tanto”.
“Mi farebbe piacere. Scusa, ma devo scappare. È stato bello parlare con te, Odette”.
“Anche per me. Ci vediamo, Lauren. Non dimenticare di venire a trovarmi”.
Tornai alla mia scrivania e controllai che tutto fosse in regola, poi bussai alla porta della tana del leone.
“Entra, signorina Hart”.
Aprii la porta e me la chiusi alle spalle.
Il signor Campbell non era seduto dove pensavo che l’avrei trovato. Era adagiato sul divano, le mani e le gambe incrociate di fronte a lui.
Non indossava la giacca del completo. La sua camicia bianca lo avvolgeva e metteva in risalto i suoi enormi bicipiti, che sembravano sul punto di strapparne il tessuto.
Deglutii e distolsi lo sguardo dalle sue braccia.
Non pensare ai suoi bicipiti.~
È il tuo capo.~
È uno stronzo.~
Uno stronzo sexy.~
E stai zitta!
“Come sapeva che ero io?” Mi ritrovai a chiedere, dopo aver posato i documenti sulla sua scrivania, come mi aveva indicato.
Il signor Campbell non aprì gli occhi quando rispose: “Nessun altro bussa in modo così fastidioso”.
Eccolo lì. Mi stava bene, dato che avevo avuto l’ardore di chiedere. Dopo una domanda, non usciva mai nulla di buono dalla sua bocca.
“Oh, e, signorina Hart? Prenoti un tavolo al miglior ristorante stasera. Alle sette. Ho una riunione di lavoro”.
I suoi occhi si aprirono, ma non mi guardò. “Ripeto, il miglior ristorante. Sono sicuro che non hai idea di quale sia, dato il tuo stato, quindi sei libera di chiedere aiuto”.
Alzai gli occhi al cielo, dato che non mi stava guardando.
“Sì, signore. C’è altro?”
“Verrai anche tu”.
Spalancai la bocca. “Ma…”
I suoi occhi argentei schizzarono verso di me e si incatenarono ai miei.
Giuro che avrei potuto smettere di respirare.
“Qualcosa da ridire, signorina Hart? Hai di meglio da fare?”
In effetti, sì.
Dovevo fare visita a mio padre all’ospedale, non lo vedevo da tanto.
Dato che ero una codarda, però, prigioniera di quegli occhi che non ammettevano argomentazioni, scossi il capo. “Non ho piani. Ci sarò”.
Volevo piangere, volevo dirgli che mio padre era più importante del suo stupido incontro di lavoro.
Lui distolse lo sguardo e chiuse di nuovo gli occhi.
“Chiudi piano la porta quando esci. Non c’è motivo di farsi prendere dall’emotività soltanto perché sei troppo codarda da ammettere che avevi da fare. Ci vediamo stasera”, mi congedò.
Volevo strappargli via il fegato.
Strinsi i pugni e tornai alla mia scrivania, con il cuore spezzato.
Non potevo ammettere di piangere lì per due ragioni. La prima era che volevo dimostrare a me stessa di essere forte e la seconda era che Jade non la smetteva di fissarmi.
Sentivo il suo sguardo su di me in ogni momento.
Non le avrei dato modo di torturarmi e sparlare di me con chiunque avesse incrociato il suo cammino.
Non pensai a cosa avrei dovuto indossare finché non mi ricordai che non avevo proprio niente da mettere.
Non avevo dei bei vestiti e di certo non avevo niente che andasse bene con Seasons Restaurant né con i gusti del mio capo.
“Beth, sono fottuta!” Urlai, prendendo vestiti su vestiti e lanciandoli sul letto.
“Cosa mi metto?”
“Calmati! Sono sicura che troverai qualcosa”.
Io mi voltai e le lanciai un’occhiata.
“Continui a dirlo da cinque minuti ed è la terza volta che ispezioniamo tutti i miei vestiti. Non ce n’è uno che possa andare bene”. Diedi un calcio a un vestito per la frustrazione.
“Non è colpa tua, Laurie, l’ultima volta che abbiamo fatto shopping era un anno fa”.
“Ma lo sai perché non posso spendere soldi. Va tutto alle spese mediche di papà. Ugh, non so cosa fare!” Gemetti, lasciandomi cadere sul letto.
“Oh, ho un’idea splendida!” Esclamò lei all’improvviso, facendomi subito raddrizzare.
“Andiamo da Melt’s and shop”.
“Mi prendi in giro? Non posso permettermi i vestiti da Melt. Non posso permettermi neanche un paio di orecchini e tu vuoi che compri un vestito? Sei fuori di testa”.
Lei mi diede uno schiaffo sul capo.
“Non intendevo proprio comprarlo. Cioè, sì, dobbiamo comprarlo, ma poi possiamo restituirlo. Devi soltanto fare in modo che il signor Campbell non veda l’etichetta e non ti insulti”.
Immaginai l’espressione sul suo volto nel caso in cui se ne fosse accorto.
“Pensi che funzionerebbe?”
Lei annuì.
“È un piano fantastico. Grazie mille, Beth. Andiamo, ora, prima che cambi idea”.
Una volta tornate a casa, Beth si offrì di truccarmi.
Non voleva sforzarsi troppo, quindi decise di darmi un aspetto più naturale. Quando ebbe finito, io ero diversa… ma in un senso buono. Lo adoravo.
Decisi di lasciare i miei capelli sciolti, ma li feci un po’ ondulati.
Alle sei e cinquantacinque in punto raggiunsi il Seasons Restaurant. Non entrai subito.
Attesi il signor Campbell fuori dal ristorante.
Ora, non chiedetemi perché fosse necessario, dato che potevo semplicemente andare dentro e prendere posto. Il mio cervello non funzionava bene quella sera.
Non sarei entrata senza il mio capo.
Alle sette e cinque minuti, una Escalade nera si fermò accanto a me. L’autista scese e fece il giro, per poi aprire la portiera posteriore.
Una scarpa lucida apparve e ne seguì un’altra, poi fui colpita dal profumo più buono che avessi mai sentito.
Non saprei neanche descrivere come mi sentii a vedere Mason Campbell scendere da quella macchina, un vero e proprio maschio alpha che esigeva attenzioni.
Rimasi a bocca asciutta, nonostante avessi bevuto acqua cinque minuti prima.
Mason Campbell era più che meraviglioso. Era quel genere d’uomo che chiunque avrebbe ammirato da lontano, impossibile da toccare, il genere di persona che può farti battere il cuore all’impazzata e che ti fa tremare le gambe, scendere in ginocchio.
Mi aspettavo una cosa del genere?
Diamine, sì.
Ovviamente. Mason sembrava un dio greco in completo nero Armani, aveva il viso rasato e i suoi capelli tirati indietro e laccati.
Mason Campbell non aveva nulla da invidiare a nessun modello.
Non erano soltanto il suo aspetto, i soldi che possedeva e il potere che emanava ad attirare tutti, ma anche l’aura di mistero che lo avvolgeva. Nessuno poteva fare a meno di desiderare di toccarlo.
Ispira.
Espira.
“Che diavolo stai indossando?”
E così fui tirata via dalle mie fantasie, con quelle quattro parole fuggite dalle sue labbra perfette e rosse. Ho già detto “perfette”?
Abbassai lo sguardo sul mio vestito, assicurandomi che lo stessi ancora indossando. Non avevo idea del perché fosse così sorpreso e infastidito allo stesso tempo.
Le mie mani corsero alla schiena, per assicurarmi che la targhetta fosse ancora nascosta.
“Non importa, ora”.
Si voltò verso la macchina. “Prince”.
Prince?
Quattro piccole zampe saltarono fuori dalla macchina e, prima ancora che potessi accorgermi di cosa stesse succedendo, la bestia si lanciò su di me e io strillai.
“Prince, giù, bello. È innocua. Non sa fare niente”.
Il padrone tirò via il cane prima che potesse cercare di attaccarmi ancora. Io mi strinsi il petto con una mano, ascoltando il battito impazzito del mio cuore.
La bocca del signor Campbell si contrasse appena, un movimento che avrei potuto benissimo immaginare.
Finalmente trovai la voce. “Quello è… un cane?”
Mason alzò gli occhi al cielo. “Cinque punti a te”.
“Ma non c’è una regola che vieta cani o altri animali nel ristorante? Perché si è portato il cane?”
Lui alzò un sopracciglio a sentire il mio tono di voce.
Deglutii. “Signore?”
“È il motivo per cui sei qui, signorina Hart. Portare a spasso il cane. Anche se avrei raccomandato un abito più… informale”. Mi squadrò dalla testa ai piedi.
Stavo indossando un abito nero senza maniche con spacco e i tacchi di Beth.
“Sono qui per portare a spasso il suo cane?” Chiesi, stupita.
“Perché, pensavi di dover fare qualcos’altro?” Domandò lui, il tono di scherno. “Non ti avevo già detto di non cantare vittoria per il lavoro, signorina Hart?”
Mi squadrò da capo a piedi, di nuovo, il suo sguardo si soffermò su ogni curva del mio corpo. Poi, senza aggiungere alcuna parola, scomparve.
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