
Jekyll e Hyde 1 - Souls Of Silence
Capitolo 2
JAMIE
Rientrai in una casa illuminata a giorno.
A mio fratello Cain non piaceva l'oscurità. Ironico, considerando che buona parte del suo lavoro si svolgeva proprio al buio.
Non mi importava che ogni notte la nostra casa risplendesse da cima a fondo; una bolletta elettrica più alta era un piccolo prezzo da pagare per la serenità di quella che era, a tutti gli effetti, la mia metà.
Perché Cain era proprio quello: l'altra metà di me. Eravamo gemelli, inseparabili fin dalla nascita. La fine improvvisa e traumatica della nostra infanzia, con l’assassinio dei nostri genitori e l'affidamento alle cure di Solomon, non aveva fatto altro che rafforzare il nostro già stretto legame.
Avrei fatto qualsiasi cosa per mio fratello, anche trasferirmi in un piccolo sobborgo nel mezzo del deserto, pur di permettergli di trovare un po' di pace.
Sbloccai i tre catenacci della porta d’ingresso e seguii l’odore di carne arrostita fino alla cucina. Cain era ai fornelli, con una padella in una mano e una birra nell’altra. Alzò lo sguardo, e i suoi occhi rosso sangue incontrarono i miei: aveva chiaramente già tolto le lenti a contatto colorate per la giornata.
Nonostante fossimo gemelli, io e Cain sembravamo l’opposto. Io avevo ereditato la pelle facilmente abbronzata e gli occhi castano scuro della nostra famiglia. I miei capelli lunghi e setosi erano così neri che a volte sembravano quasi blu.
Cain, invece, possedeva un'anomalia genetica che lo rendeva completamente privo di pigmentazione. La sua pelle era così pallida che poteva sembrare un vampiro, teneva i capelli bianchi rasati, e i suoi occhi rossi lo facevano sembrare un demone in vacanza dall’inferno.
Mio fratello, imponente com’era, poteva sembrare davvero un mostro spaventoso. Anzi, sapeva pure comportarsi come tale. Ma per me sarebbe sempre stato il porto sicuro nella tempesta, l’unica persona in grado di accettarmi incondizionatamente. Avrei potuto rapinare una banca o rubare caramelle a un bambino, e Cain sarebbe stato lì a guidare l’auto per la fuga.
Mi sedetti al bancone della cucina e lui iniziò silenziosamente a servire pollo arrosto, pane di mais e verdure. Era un uomo di poche parole e tra noi c’era abbastanza sintonia da non aver bisogno di convenevoli.
Dopo aver divorato circa metà del piatto, rallentai abbastanza da potergli fare la domanda che mi assillava da tempo.
“Cos’è un sergente d'armi?” Chiesi.
“In che contesto?” Domandò lui, la voce bassa e pacata. L’avevo sentito alzare la voce solo tre volte in vita mia, e ogni volta era stata un’esperienza che avrei voluto dimenticare.
“Come grado in un club di motociclisti”, risposi. Cain mi lanciò un’occhiata sorpresa. A quanto pareva, era qualcosa che avrei dovuto sapere. Come sempre, Cain lesse i miei pensieri e mi spiegò senza fare storie.
“Un sergente d'armi è l’equivalente motociclistico di un addetto ai lavori sporchi”.
Quelle parole, dette con la nonchalance abituale, mi colpirono come uno schiaffo, e mi cadde la forchetta. Accidenti. Quella sì che era una cosa che avrei dovuto sapere.
“Perché me lo chiedi?” Chiese poi.
Gli raccontai dei Souls che erano entrati nello studio.
Cain non era il tipo che mi consigliava di non farmi coinvolgere in qualcosa; era piuttosto quello che mi tirava fuori dai guai. Mi ascoltò, ma non fece alcun commento.
"Tu che cosa hai fatto oggi?" Chiesi nel silenzio.
Cain faticava ad adattarsi al ritmo lento della nostra nuova vita. Non era interessato a un lavoro normale e spesso andava a Phoenix solo per immergersi nel trambusto. Non che Phoenix avesse molto in comune con Washington DC, ma era pur sempre meglio della nostra isolata proprietà di quaranta ettari.
"Sono andato in città e ho incontrato di nuovo i Cavalieri. Sembrano interessanti. Mi hanno offerto un lavoro dopo che ho dovuto gestire una situazione in un bar."
A quel punto dovetti fare la classica cosa da gemelli e interpretare. I Cavalieri erano una banda che controllava una parte di Phoenix. Erano criminali più incalliti dei Souls e agivano solo per denaro, mentre i Souls davano un’idea di fratellanza e di uno stile di vita più familiare.
Ci eravamo trasferiti lì per allontanarci dalla corruzione e dalla violenza, ma pareva che Cain avesse qualche difficoltà a smettere tutto d’un tratto. Non che lo biasimassi. Anch'io avevo intenzione di trovare presto un lavoro per non arrugginirmi.
I Cavalieri erano poca cosa, per uno come Cain. Ma se voleva farsi degli amici nel mondo criminale, chi ero io per impedirglielo?
La parte in cui gli avevano offerto un lavoro dopo aver “gestito una situazione in un bar” era interessante, perché, se fossimo cresciuti nel mondo dei motociclisti, Cain avrebbe indossato con orgoglio la toppa da sergente d'armi. Il che rendeva doppiamente imbarazzante il fatto che non sapessi cosa significasse.
Cain si occupava di uccidere le persone o, quantomeno, di mutilarle gravemente. Evidentemente, aveva risolto un problema per i Cavalieri uccidendo qualcuno, e volevano che eliminasse qualcun altro.
"Ti serve una spalla per questo lavoro?" Chiesi, offrendogli il mio sostegno incondizionato.
Essendo una ladra professionista, non c’era serratura o cassaforte che non sapessi scassinare. E poiché le persone spesso si nascondevano dietro porte chiuse a chiave, le mie abilità si combinavano perfettamente con quelle di Cain. Eravamo una squadra piuttosto formidabile, a mio avviso.
Cain scrollò le spalle, a significare che non ne era ancora sicuro.
Dopo che ebbe cucinato, io rigovernai, e mentre lui si accomodava a guardare cartoni animati fino a tarda notte, io mi ritirai nella mia stanza d’angolo del nostro ranch. Cain aveva preso la camera da letto principale, ma ognuno di noi aveva il proprio bagno, e il mio aveva la vasca, quindi ero soddisfatta.
Terminai la giornata come avevo pianificato, con un bagno caldo e un bel bicchiere di whisky. La vita era meravigliosa.
La mattina seguente, prima di decidere che tipo di biscotti avrei portato al barbecue, preparai dei pancake per Cain e una macedonia per me.
Cain rubò un po’ della mia frutta per fare una faccina sorridente sui suoi pancake, dopodiché si sedette a guardare altri cartoni animati. Quell’uomo era un ragazzino nel corpo di uno spietato assassino.
Mentre i biscotti al burro d'arachidi si raffreddavano, mi vestii con dei jeans e una maglietta carina a motivi floreali, poi, come piccolo accenno al codice d’abbigliamento tipico dei motociclisti, infilai degli stivali di pelle alti fino al ginocchio. Puntavo a un look rilassato da aperitivo in cortile, non uno che urlava “sono sexy e voglio saltarti addosso”.
DS mi piaceva perché mi ricordava Cain. E quando una persona ti ricordava tuo fratello, l’aspetto romantico non era contemplabile. Speravo che a DS andasse bene così, perché ero nuova in città e avevo bisogno di un amico tosto come lui.
Poco prima di mezzogiorno, diedi una pacca sulla spalla a Cain, presi i biscotti e salii sulla mia anonima e, perciò, quasi invisibile Honda Civic argentata.
Cantai a squarciagola insieme alla radio, cercando di fingere, per l’ennesima volta, di essere una normale ventiseienne diretta a un normale barbecue di quartiere.
Quando arrivai in città, passai davanti a un garage che sembrava completamente deserto, tranne che per un ragazzo solitario, sulla ventina, seduto su uno sgabello davanti all'enorme cancello. Mentre mi avvicinavo, il dubbio cominciò a stringermi lo stomaco, e mi ricordai che, in fondo, non volevo nemmeno andarci a quel maledetto barbecue.
Se fosse stato uno scherzo per aver costretto DS a rigare dritto, non mi sarebbe dispiaciuto.
Ma ciò non spiegava lo sguardo quasi disperato quando mi aveva chiesto di presentarmi.
Ripensai a quello sguardo e parcheggiai l’auto, poi mi avvicinai decisa al cancello. Appena mi vide, il ragazzo si alzò e mi lanciò un’occhiata che mi fece accapponare la pelle.
Ricordai a me stessa che ero lì per fare amicizia, così stampai un sorriso sul volto.
“Salve, sono qui per il barbecue. Mi ha invitata DS… Ehm, volevo dire Breaker”.
La prima cosa che fece il ragazzo fu ridere di me. La seconda, insultarmi. E la terza cosa che fece quell’idiota, quella che segnò il suo destino, fu toccarmi.
“Porca miseria, credi davvero di poter arrivare qui, l’aspetto di una di quelle mamme che portano i bambini a calcio, un vassoio di maledetti biscotti e passare questo cancello, quando centinaia di ragazze molto più sexy di te hanno fallito? E pensi pure che Breaker sia il tuo ingresso facile?
“Signora, si svegli. I barbecue del sabato sono solo per la famiglia. Niente puttanelle del club, niente fidanzatine né frequentazioni. Solo membri del club e il sangue del loro sangue. Breaker non ha famiglia fuori dal club, ma bel tentativo.”
Il ragazzo parlava velocemente, con un accento strascicato talmente marcato che faticavo a seguirlo. Poi si avvicinò troppo, mi afferrò il sedere e mi sibilò all’orecchio: “Mostrami la tua gratitudine qui e ora, e vedrò di farti avere un invito, quando finalmente avrò la mia toppa.”
Nessuno mi aveva mai toccata senza permesso. Se ai Souls non fosse stato bene, io e Cain avremmo avuto una buona ragione per farli fuori.
Lasciai cadere il vassoio dei biscotti e alzai il gomito per colpire con forza la mascella del ragazzo. L’impatto avrebbe dovuto rompermi il braccio, ma mi allenavo in muay thai da oltre quindici anni, e le mie ossa erano forti.
Quando il ragazzo si portò la mano alla mascella, gli afferrai le spalle e gli sferrai una ginocchiata punitiva tra le gambe. Lui si piegò in due e crollò in posizione fetale ai miei piedi. Mi concessi un attimo per sentirmi superiore davanti a quel moccioso che tentava di fare l’uomo, poi mi voltai per andarmene.
Avevo appena fatto tre passi, quando un chiaramente incazzato Rogue si piazzò tra me e la mia auto. Scrutai l’area e notai un’enorme massa di muscoli che si chinava sul ragazzo a terra. Se avessi voluto scappare, quello sarebbe stato il momento giusto. L’enorme tizio si rialzò e fece un leggero cenno a Rogue, prima di puntare gli occhi su di me. La toppa sulla giacca diceva che si chiamava Tank.
Beh, con un po’ di fortuna quei muscoli l’avrebbero rallentato, e magari Rogue non avrebbe avuto voglia di lanciarsi all’inseguimento. Ma appena feci per girarmi, Rogue mi afferrò per la spalla e mi condusse verso il cancello con sorprendente delicatezza. Ero troppo scioccata da quel tocco gentile per usare una delle tante mosse che conoscevo per liberarmi, e in un batter d’occhio mi ritrovai in territorio nemico.
Dannazione, quel tipo era bravo. Non c’era da stupirsi che fosse il re del suo piccolo mondo.
Forse avrei potuto cavarmela con qualche parola ben piazzata, prima di chiamare Cain affinché mi tirasse fuori da quel casino. “D’accordo, so che non sembra una bella situazione, ma se non mi volevate qui, bastava dirlo. Non mi scuserò per aver messo KO quel ragazzo, visto che si è permesso di mettermi le mani addosso. È inaccettabile.
“È vero, forse avrei potuto gestire la situazione con un po’ più di finezza. Ma insomma, lasciatemi in pace. Sono nuova da queste parti, non sapevo che fosse un evento riservato alla famiglia. Mi sono presentata qui con dei biscotti, proprio come mi ha chiesto DS. Se mi lasciate andare, sparirò subito e non dovremo parlarne mai più.”
Ormai Rogue mi aveva spinta in un angolo tra la recinzione e un capannone dall’aspetto poco invitante, il tipo di posto dove Cain avrebbe concluso un lavoro.
Non avrei mai voluto ritrovarmi in quell’angolo con quei due uomini minacciosi.
“Chi è DS?” Chiese Tank.
Sia io che Rogue aprimmo bocca contemporaneamente. “Breaker.” Mi trattenni dal fare una battuta e chiedere una Coca-Cola per dissipare la tensione, ma sospettavo che l’umorismo non fosse gradito.
“Ti ha invitata Breaker?” Domandò Tank, visibilmente perplesso.
“Sì, mi ha detto di presentarmi verso mezzogiorno con dei biscotti. Non ha accennato al ragazzino allunga mani, o al fatto che fosse un evento per soli familiari. Direi che è stato tutto un malinteso. Mi farò da parte, così potrete continuare il vostro evento esclusivo.”
Tank batté le palpebre un paio di volte e poi si girò verso Rogue: “L’ha invitata Breaker?”
Accidenti, quel tizio era forse duro di comprendonio? Rogue annuì, continuando a fissarmi con un’intensità tale che, vergognandomene, cominciava a farmi un certo effetto.
La mia follia cominciava a venire a galla. Avevo decisamente bisogno di andarmene da lì.
“Se Breaker ti ha invitata, allora non puoi andartene. Tieni.” Tank mi porse il vassoio di plastica con sopra i biscotti, ormai ridotti in briciole, e io lo presi.
“Non vorrei sembrare ottusa,” dissi, “ma qualcuno dovrà spiegarmi la dinamica di questa storia, perché, a quanto pare, sono una frana quando si tratta di politica motociclistica.”
Tank si era allontanato, quindi l'unica persona rimasta a spiegarmi qualcosa era Rogue, il quale aveva a malapena aperto bocca. Dopo un altro momento di tensione, l’uomo si decise finalmente a parlare: “Sì, questo è un evento per sole famiglie e non distribuiamo gli inviti con leggerezza. Essere invitati significa essere inclusi nella nostra famiglia. E noi ci prendiamo cura della nostra famiglia”.
Fece una pausa per permettermi di processare le sue parole. Più che altro, cercavo di controllare gli ormoni, perché al suono della sua voce bassa e roca, il mio corpo decise che quel gran pezzo di manzo era la cosa migliore del mondo, dopo il pane a fette. Il presidente di un potente e pericoloso club di motociclisti mi stava spiegando che ero stata invitata a far parte della loro famiglia. Poteva forse esserci un momento meno opportuno per comportarsi da sgualdrina arrapata?
“Breaker non ha mai invitato nessuno, fino a ora. Non ha famiglia al di fuori della nostra fratellanza. Eppure, dopo un breve incontro con te, ha deciso di farti entrare nell'ovile. La cosa non mi piace, ma mi fido di mio fratello. Sappi che se gli farai del male, ti ucciderò”.
Dopo quella dichiarazione piuttosto cupa, il silenzio riempì l’aria e io cercai di nascondere il fatto che la sua minaccia mi aveva fatto bagnare le mutandine. A giudicare dall’improvviso arricciarsi del naso di Rogue, dal calore che sprigionava il suo sguardo e dal digrignare della sua mascella, non avevo fatto un buon lavoro nel nascondere la mia voglia inappagata.
Era davvero tempo di allontanarmi da quella situazione, prima di fare qualcosa che avrebbe potuto nuocere alla mia salute, come saltare addosso a mister Potenza mentre era arrabbiato. Lo scansai lentamente e, quando non allungò la mano per fermarmi, sgattaiolai via dall’angolo spaventoso in cui mi avevano intrappolata e mi diressi verso i rumori festosi che presupponevo provenissero dal barbecue.
Quando girai l’angolo intorno al grande garage, vidi che metà del terreno sul retro era coperta da un’erba verde e incontaminata, mentre l’altra metà era costituita da ghiaia ben curata e punteggiata da tavoli da picnic. Gruppi di bambini giocavano sull’erba e decine di persone erano radunate intorno ai tavoli, tutte con un drink alla mano.
Non ci misi molto a individuare DS. Stava parlando con il ragazzo che si occupava della griglia, intento a dondolarsi sul posto. Mi diressi verso di lui, cercando di non incrociare lo sguardo di nessuno lungo il cammino. Se qualcun altro mi avesse fermata e si fosse arrabbiato, avrei fatto qualcosa di cui mi sarei pentita in seguito.
Il tipo alla griglia mi notò e mi lanciò il solito sguardo malevolo, facendo voltare DS. Quando mi vide, il suo volto si trasformò in un sorriso radioso e decisi che tutto quel dramma era valso la pena.
DS mi prese in braccio e mi fece girare come se fossi una bambolina. Ancora una volta, sentii che quello era un momento importante per lui, così mi lasciai andare ed emisi un urletto femminile che si adattava perfettamente alle acrobazie che stavo compiendo.
Dopo un paio di giri, DS mi mise a terra e mi abbracciò come si deve. Considerando che tutte le altre persone mi avevano guardata di traverso, stare tra le sue braccia e sentire la sua gratitudine e felicità era una sensazione incredibile.
In quel momento decisi che mi sarei tenuta cara DS.
Dopo avermi lasciata andare, gli porsi il vassoio di biscotti al burro d'arachidi sbriciolati e mi alzai sulle punte dei piedi per dargli un bacio sulla guancia. DS mi rivolse un altro sorriso brillante. “Ehi, Bellezza, che diavolo hai combinato con questi biscotti?”
Puoi dare la colpa al ragazzino a cui piace allungare le mani”, dissi ridendo. “Li ho fatti cadere per insegnargli le buone maniere”.
Il sorriso di DS svanì in un cipiglio e rafforzò la sua presa sul vassoio. “Che cazzo significa?”
Apprezzavo il fatto che fosse disposto a battersi per me, ma c'erano già stati abbastanza drammi, quel giorno. “Significa che se inviti una ragazza a conoscere la tua famiglia, probabilmente dovresti dirlo a coloro che fanno la guardia al cancello”. Il mio tono era severo, ma il sorriso stampato sul mio viso gli diceva che non ero davvero arrabbiata con lui.
DS si mostrò sorpreso e malizioso, mentre il mio sorriso era sempre più genuino. Avrei dovuto lavorare per rimanere arrabbiata con lui; era troppo carino. “Non pensavo che saresti venuta”, ammise.
Non l’avrei fatto, se avessi saputo le conseguenze. Quella della famiglia era una strada a doppio senso. I Souls potevano volersi prendere cura di me, ma ciò significava che io dovevo prendermi cura di loro. Sapevo già che non avrei potuto avere DS senza il resto della fratellanza. Scrollai via il pensiero.
“Beh, ora che sono qui, è meglio che mi presenti in giro e mi faccia conoscere tutti i pettegolezzi. Non vorrei trovarmi spaesata, quando più tardi verrò approcciata dalle vecchie signore”.
Con un sorriso, DS procedette a farmi sfilare davanti a tutti come se fossi fatta d'oro. I volti e i nomi cominciarono a confondersi, ma la faccenda della toppa con il nome fu di grande aiuto. Dopo un po’, DS fu richiamato all’ordine, il che mi lasciò in compagnia di un gruppo di mogli che erano effettivamente chiamate “vecchie signore”. Nonostante quello che avevo detto prima, in quel momento non avevo molta voglia di avere a che fare con i malvagi pettegolezzi al femminile.
Avvistai una bambina che tirava a canestro da sola e mi avvicinai a lei. Quando la palla rotolò verso di me, la raccolsi e gliela allungai. “Ciao, mi chiamo Jamie. Vuoi fare una partita con me?”
Le diedi un momento per guardarmi. Se voleva stare da sola, tanto meglio per lei. Aveva circa dodici anni e i suoi capelli biondo cenere con le punte rosa le si arricciavano selvaggiamente intorno alla testa. Indossava dei jeans strappati, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta rosa acceso impreziosita da strass.
“E tu chi sei, esattamente?” Chiese. “Mio padre dice di non parlare con gli sconosciuti”.
Una ragazza intelligente. “Tuo padre ha ragione. Sono un'amica di Breaker. Vuoi andare a cercarlo per controllare che dica la verità?”
“No, non c'è problema. Se provi a fare qualcosa, mi metterò a urlare e almeno dieci tizi diversi verranno a ucciderti”, disse la ragazzina con un'espressione del tutto sincera. Io e lei saremmo andate molto d'accordo.
“Sono Angel,” proseguì, “e mi piacerebbe fare una partita contro di te. I ragazzi non vogliono giocare con me perché sono una ragazza, e le ragazze fanno tutte schifo”.
“Beh, allora dovremo esercitarci insieme finché non riuscirai a battere i ragazzi, così tutte le altre saranno gelose,” le dissi in tono serio.
Mi rispose che le sembrava un buon piano. In un batter d’occhio mi ero fatta un'altra amica. Due amici in due giorni. Era un record per me: non ero riuscita a farmene così tanti nemmeno in vent'anni. Nella mia testa risuonavano innumerevoli campanelli d'allarme. Succedeva sempre, quando qualcosa sembrava troppo bello per essere vero. Tuttavia, per una volta, decisi di ignorarli.
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