
Gli esperimenti sull'ibrida 2 - Caccia all'ibrida
Autore
Jen Cooper
Letto da
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Capitoli
52
Capitolo 1
Libro 2: Caccia all’ibrida
RYKEN
«Sbrigati». Il suo respiro caldo mi sfiorò le labbra prima che le nostre bocche si incontrassero con urgenza.
Le strappai i vestiti logori dal corpo magro, impaziente di sentire la sua pelle contro la mia.
«Togliti i pantaloni», la incalzai, liberandomi dei miei e scalciando via gli stivali.
La capanna abbandonata ai margini del territorio del branco di Storm Blood era fatiscente, gelida e completamente spoglia, salvo per qualche coperta ruvida.
Il pavimento era cosparso di foglie entrate dal buco nel tetto. Gocce di pioggia cadevano attraverso l'apertura, e io spinsi i nostri corpi di lato per ripararci.
Rotolammo a terra e la intrappolai sotto di me. Le nostre labbra non si staccarono mai.
La mia pelle bruciava nonostante l'aria fredda. Il suo corpo tremava sotto le mie dita, e a ogni nostro incontro adoravo sempre di più quella sensazione.
«Ho solo dieci minuti prima di dover tornare in cucina a preparare la cena», mormorò.
«Io ho fame adesso», ribattei, rovesciandoci fino a farla inarcare sulle coperte.
La mia bocca iniziò a scendere lungo le curve del suo corpo.
«Ryken», gemette, le mani già infilate nei miei capelli. «Non c'è tempo».
Zittii le sue proteste, affondando la faccia tra le sue gambe. Assaporai il suo centro bagnato, accarezzando il clitoride con la lingua. Lasciò uscire un gemito roco, cercando di non fare troppo rumore.
Tenendole le cosce ai lati della mia testa, la divorai senza pietà.
Aveva un sapore incredibile: dolce e salato insieme. Era come un dono prezioso che scartavo ogni volta che potevo.
Si morse la mano mentre la torturavo lentamente. Le sue gambe cominciarono a tremare e bastarono pochi istanti perché il suo corpo fosse scosso da spasmi violenti, travolto da un'ondata di piacere.
Sorrisi e mi asciugai la bocca. Poi mi sistemai sopra di lei, strofinando il mio cazzo tra le sue pieghe.
«Apri gli occhi, Kenz», sussurrai contro la sua pelle.
Le sue palpebre si sollevarono piano, rivelando i suoi grandi occhi azzurri. Erano ipnotici, intensi, colmi di desiderio.
Le allargai le gambe, alzandole una coscia prima di penetrarla.
Un sospiro le sfuggì dal profondo del petto, e io ringhiai, sentendo la connessione tra noi incendiarsi.
Le mie palle erano doloranti, il cazzo dannatamente duro, mentre mi spingevo dentro di lei.
Avrei voluto assaporare quella sensazione e godermi ogni singolo istante insieme, ma il tempo non era mai abbastanza.
Ci restavano solo pochi momenti. Attimi rubati tra le mie ronde, i miei doveri e i suoi impegni, sempre troppi, con mio padre che la puniva ogni giorno.
Ma lei restava. Non si tirava mai indietro.
Mi raggiungeva sempre lì, pronta ad alimentare qualunque cosa avessimo, nella speranza che un giorno il nostro legame potesse tornare.
La scopai con forza, sfregando la mia lunghezza contro le sue pareti, come se la spinta giusta potesse connetterci a un livello più profondo. Non accadeva mai, ma dannazione, provarci era ogni volta sublime.
Mi avvolse le gambe attorno alla vita, lasciando uscire gemiti e sospiri dalle labbra gonfie, mentre tornavo a baciarla.
Grugnii quando iniziò a dimenare i fianchi contro di me.
Si sollevò per stringermi più forte, e i nostri movimenti divennero sempre più rapidi sulle assi di legno marce e spezzate.
Non era affatto un luogo romantico, ma incontrarla di nascosto da mio padre? Era come giocare con il fuoco, un rischio che ci rendeva entrambi eccitati e disperati.
Rabbrividì, chiudendo gli occhi, mentre i capelli neri le scivolavano sulle spalle.
La sua figa si serrò sul mio cazzo, e quella presa feroce fece contrarre le mie palle. Il piacere montò impetuoso dentro di me.
Venni insieme a lei: il mio orgasmo esplose nello stesso istante in cui il suo travolse lei.
Affondò i denti nella mia spalla per soffocare i gemiti contro la mia pelle, mentre nascondevo il viso nel suo collo e la riempivo del mio seme.
Si staccò lentamente, respirando a fatica. La adagiai di nuovo sul pavimento e la baciai con dolcezza.
«Uno di questi giorni, Kenzie», sussurrai.
Lei sorrise. «Arlo pensa di esserci quasi. Dopo l'ultima volta, i miei marcatori di accoppiamento sono cambiati. Qualunque cosa significhi».
Mi spinse indietro e raccolse i suoi vestiti. Distolsi lo sguardo, serrando la mascella.
Faceva male ogni volta che si rivestiva in fretta e se ne andava. Sapevo che non aveva scelta, ma la connessione ardeva dentro di me, spingendomi a volerla proteggere, a farla sentire amata e venerata.
Il legame pulsava, insistente. Mi passai una mano sul petto.
Stava reagendo. Era abbastanza per dimostrare che eravamo sulla strada giusta.
Lei, però, non mostrava alcun segno di disagio. Se stava influenzando anche lei, lo nascondeva bene.
Lo capivo. Sapevo che il branco le stava rendendo la vita un inferno.
«Hai perso peso», mormorai, osservando le sue ossa che spuntavano sotto la pelle. Proprio come la prima volta che l'avevo vista nel Nexus.
«Ti aspettavi qualcosa di diverso?» ribatté sulla difensiva. «L'ultima del branco prende gli avanzi. Ma il bambino sta bene. Arlo se ne sta assicurando».
Il bambino.
Quella parola mi colpì dritto al cuore.
Era incinta.
E io non ero accanto a lei.
Ogni mattina la sentivo stare male attraverso la grata che separava le nostre stanze nella casa del branco. Sentivo le sue lacrime di notte, la sua lotta quotidiana per sopravvivere. Ma non volevo che fosse costretta a lottare.
Non quando era destinata a essere mia, e nostro figlio cresceva dentro di lei.
Non ero, però, ancora abbastanza forte.
Avevo una sola possibilità contro mio padre e non potevo permettermi di sprecarla.
Da un mese mi allenavo senza tregua. Se non ero in palestra, ero nell'arena: a combattere, a sfinirmi, a irrobustirmi.
Eppure, quello non era l'unico ostacolo.
Cecilia.
Era diventata la più grande spina nel fianco della mia vita.
Suo padre era spietato quanto il mio e non avrebbe esitato a uccidere la mia compagna e mio figlio se avessi provato a sottrarmi al matrimonio.
«Cercherò di procurarti altro cibo. È difficile, con mio padre e Cec...»
«Non pronunciare il suo nome. È la regola», sibilò Kenzie.
Ingoiai quel nome e la fissai, mentre mi rivestivo. «Hai saputo qualcosa dalla fazione?»
Si infilò rapidamente gli stivali. «Arlo ha organizzato un incontro. Tra due settimane esatte. Vedrò uno dei loro infiltrati nel territorio del branco di Black Moon».
Mi bloccai. Un uomo? Da solo nei boschi con la mia compagna?
Un ringhio profondo mi salì dal petto. «Vengo con te».
Lei sbuffò. «No, non lo farai. Mi hanno detto di andare sola».
«E dovrei lasciarti con un altro maschio?» sbottai.
Lei alzò le spalle. «Quello sposato sei tu, non io». Le sue parole sembravano volutamente taglienti.
La mia espressione si fece più cupa. «Mio padre ha minacciato di ucciderti se non l'avessi sposata, Kenzie. Cosa avrei dovuto fare?»
Scrollò di nuovo le spalle, ma sapevo che ribolliva di rabbia. Non la biasimavo. Se avessi visto lei sposare un altro, anche se per salvarmi la vita, mi sarei comportato in modo molto meno onorevole.
«Non ho firmato niente, Kenzie», ribattei. «Nel momento in cui ho scoperto che aspettavi il mio erede, mi sono rifiutato».
Le sue guance si accesero ancora di più. «Wow, complimenti, Ryken. Quindi se non fossi rimasta incinta, che fine avrei fatto?»
Non riuscivo a spiegarmi bene. Era l'effetto che aveva su di me. Tutto aveva senso nella mia testa, finché non arrivava lei a confondermi.
Lasciai uscire un lungo respiro e mi alzai, tendendole una mano per aiutarla. La ignorò e si sollevò da sola.
«Non mi sto rifiutando di firmare quei documenti perché sei incinta, Mackenzie. Mi rifiuto perché Cerberus ha perso il suo potere su di me. Non ti ucciderà ora. Non mentre porti in grembo un legittimo erede di Storm Blood».
Lei posò lo sguardo sulle pareti di legno, poi sospirò e annuì. «Lo so. È solo che diventa sempre più difficile vederti con lei. Con loro».
La tirai a me, tenendola stretta, mentre inspirava il mio profumo. Le alleviava la nausea, e per questo le avevo dato un'infinità di magliette, ma non era la stessa cosa che stare insieme.
La sua aura era calma, come se riconoscesse l'esistenza di un legame. Come se percepisse la connessione che mio padre aveva reciso quando eravamo ancora bambini.
La strinsi ancora di più e lei chiuse gli occhi contro il mio petto.
«Posso sfidarlo. Se è quello che vuoi».
Lei scosse subito la testa. «No. Non finché non sarai abbastanza forte. Altrimenti ti ucciderà». Rabbrividì, aggrappandosi disperatamente alla mia maglietta.
«Sarebbe un destino più facile di questo».
Si scostò appena e mi fissò. «Dobbiamo agire con prudenza. Voglio che paghi per quello che ha fatto, per quello che sta continuando a fare. Ma non possiamo muoverci troppo presto».
Sapevo che aveva ragione, ma era dura da accettare. Soprattutto quando la vedevo ogni giorno più magra, con le occhiaie scure e la pelle pallida.
«Sta diventando sempre più faticoso aspettare quel momento», confessai.
Sorrise e si alzò sulle punte per baciarmi dolcemente. «Lo so. Lo sento anch'io. Ogni volta che ti vedo seduto con lei a cena, agli eventi. Non sopporto quando ti tocca, sapendo che non posso farci nulla».
La baciai più intensamente. La mia lingua sfiorò le sue labbra, poi si insinuò tra di esse.
Le presi il viso tra le mani e guidai i movimenti della sua bocca, mentre sospirava contro di me.
«Sono tuo, Mackenzie. Non importa quante volte mi tocchi, non mi avrà mai dentro di lei. Te lo prometto», sussurrai prima di baciarla di nuovo.
Lei rispose con foga, intrecciando la lingua alla mia, mentre la tenevo stretta.
La sollevai sui miei fianchi e mi spostai verso la parete, premendola contro il legno.
Un gemito le sfuggì quando la mia mano scivolò lungo la sua coscia fino a strizzarle il sedere sodo.
Avevo tutta l'intenzione di prenderla di nuovo, quando un colpo secco risuonò alla porta.
Un istante dopo, si spalancò.
Mi girai di scatto, ringhiando per l'intrusione.
«Tuo padre ti sta cercando», annunciò Viking, impassibile di fronte ai miei denti scoperti.
«Da quanto?» chiesi.
La voce di Viking si abbassò. «Sta già facendo a pezzi l'ultimo posto in cui sei stato».
«Merda», sbottai, voltandomi verso Kenzie.
Aveva già rialzato i suoi muri, gli occhi duri come l'acciaio mentre incrociavano i miei. «Vai. Non posso rinunciare a questo tempo con te. Se scopre...» Scosse la testa.
Sapevo benissimo cosa intendeva. Se avesse saputo dei nostri incontri, ci avrebbe rinchiusi entrambi, e non avremmo mai più recuperato il nostro legame.
Arlo era convinto che non sarebbe tornato, ma stava comunque cercando di aiutarci. E quel tempo passato insieme, a nutrire la connessione, sembrava servire a qualcosa. Solo che non avevo idea se sarebbe bastato a riportare indietro il legame completo oppure no.
Dovevamo comunque provarci. E questo significava trovare il modo di stare insieme, anche se rischiavamo la vita ogni volta.
Mi staccai da Kenzie e la rimisi a terra. Le sfiorai la guancia con un bacio, poi mi girai verso Viking. Lui mi lanciò una fiala.
Tolsi il tappo e ne ingoiai il contenuto in un sorso. Era disgustoso, e un ringhio mi salì in gola mentre lo inghiottivo.
Il dolore attanagliò ogni angolo della mia mente. Digrignai i denti, serrando gli occhi.
Faceva un male cane, ma era necessario.
Mi isolava dal collegamento mentale per la mezz'ora che trascorrevo con Mackenzie e impediva che il tempo passato con lei si incidesse nei miei ricordi, rendendolo inaccessibile.
Era un ulteriore rischio, perché poteva compromettere i progressi fatti. Ma fino a quel momento non avevamo notato effetti collaterali. Dovevo sperare che fosse un buon segno.
«Ci rivedremo presto», le promisi, lasciando la capanna insieme a Viking. Mi voltai un'ultima volta, e subito me ne pentii.
I suoi occhi erano pieni di lacrime mentre mi guardava andare via. Sapevo che avrebbe pianto. Lo faceva sempre.
Ogni volta mi lacerava dentro, ma dovevo rimanere forte. Dovevamo farlo entrambi.
Non solo per noi, ma per nostro figlio.
Non eravamo ancora pronti a prendere il controllo del branco. E non potevamo crescere un bambino mentre fuggivamo.
Non avevamo altra scelta che sopravvivere.















































