
Il mio tutore legale
Autore
Lisa Seven
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Capitoli
61
Capitolo 1
JUNIPER
Mio padre era morto.
Era malato da mesi, quindi sapevo che quel momento sarebbe arrivato. Speravo che riuscisse a resistere fino al mio diciassettesimo compleanno, ma tanto per lui non sarebbe cambiato granché.
Jacob Callahan non era certo un santo, ma era comunque mio padre, l'unica famiglia che avessi.
Il dottore mi diede la notizia mentre ero ferma nel corridoio freddo dell'ospedale.
«Abbiamo fatto tutto il possibile», disse, come se questo potesse farmi sentire meglio.
«C'è qualcuno che possiamo chiamare per lei, signorina Callahan?» chiese.
Le lacrime mi riempirono gli occhi, offuscandomi la vista. Non riuscivo proprio a pensare. Mio padre se n'era andato.
All'improvviso, il mondo mi sembrò così grande, così vuoto, ed ero completamente sola.
Sentivo le ginocchia cedere. Con quel vuoto nuovo che mi schiacciava, ero pronta ad arrendermi e a crollare.
Ma poi sentii una voce profonda provenire da dietro di me.
«Va tutto bene, dottore, ci penso io», disse la voce.
Il dottore strinse le labbra e mi rivolse un piccolo cenno con la testa prima di andarsene. Usai le maniche della mia felpa per asciugarmi le lacrime che mi rigavano il viso.
Piano piano, mi girai per cercare la persona che aveva detto: «Ci penso io».
Rimasi sorpresa quando incontrai degli occhi grigi e freddi, completamente privi di emozioni. L'uomo a cui appartenevano era di fronte a me.
Indossava un completo completamente nero, come se sapesse che avrebbe incontrato la morte.
Mi chiesi chi potesse essere mentre i miei occhi salivano lungo il suo corpo alto per poi fermarsi sul suo viso incredibilmente affascinante.
I miei occhi lo osservarono attentamente mentre faceva qualche passo avanti e si fermava proprio davanti a me. Mi faceva sentire piccola perché era molto più alto di me.
Tutto quello che potevo fare era fissare i suoi occhi grigi. Non riuscivo a dire nemmeno una parola.
«Juniper?» mi chiamò.
Quella voce questa volta pronunciava il mio nome. Alzai le sopracciglia, aspettando che dicesse altro.
«Sei identica a lei», sussurrò, quasi tra sé e sé.
Sapevo esattamente di chi stava parlando: mia madre, ovviamente. Era morta mettendomi al mondo e mio padre mi aveva punita per la maggior parte della mia vita, dato che le somigliavo così tanto.
L'uomo faceva paura, quindi la mia voce tremava un po' quando gli chiesi: «Chi sei?»
«Mi chiamo Cade Callahan. Tuo padre era mio fratello adottivo. Mi ha chiamato circa una settimana fa e mi ha parlato della sua malattia. Ha detto di avermi nominato tuo tutore legale».
Si fermò e guardò il mio viso per un secondo. Poi continuò a parlare, dato che non avevo risposto.
«Questo era l'unico momento in cui potevo venire, ma immagino di essere arrivato un po' troppo tardi».
Ogni singola parola che usciva dalla sua bocca mandava in pezzi il mio mondo. Mio padre mi aveva sempre detto che tutti nella sua famiglia erano morti.
Si era sempre assicurato di ricordarmi che mia madre era tutto ciò che aveva prima che io gliela portassi via.
Mi aveva mentito per tutta la vita. Non solo stavo scoprendo che mio padre aveva un fratello, ma anche che mi aveva lasciata alle sue cure.
Tutto quello a cui riuscivo a pensare era che per me era un perfetto sconosciuto.
Guardai ancora una volta nei suoi occhi grigi e freddi, non più spaventata da quanto fossero vuoti. «Mio padre non mi ha mai parlato di te o di altri familiari. Non ho bisogno di te. Posso badare a me stessa».
Sospirò e disse con molta calma: «Nemmeno io voglio fingere di farti da padre. Ho troppe cose da fare. Non avrei accettato se non fosse stato per tua madre. Lei è l'unico motivo per cui sono qui».
Assunse un'espressione seria e chiese: «L’hai salutato?»
La sua voce era piatta e indifferente. Capivo che ero appena passata da un uomo senza cuore a un altro.
L'unica differenza era che mio padre riusciva a mostrare qualche emozione, anche se era rabbia o odio.
Almeno era la prova che poteva provare qualcosa.
Non volevo vedere il corpo senza vita di mio padre. Decisi in quel momento che il mio ultimo ricordo di lui sarebbe stata la visita del giorno prima, dopo la scuola, quando gli avevo letto Lo straniero di Albert Camus.
Aveva detto che era il libro preferito di mia madre e lo amavamo entrambi per questo motivo.
Mentii allo sconosciuto davanti a me e gli dissi che avevo già salutato mio padre. Era chiaro che non fosse vero ma, siccome non gli importava, non mi fece altre domande.
Mosse la mano di lato e un uomo, anche lui vestito con un completo, si avvicinò a noi dal fondo del corridoio.
«Portala alla macchina mentre mi occupo del resto», ordinò il mio nuovo tutore.
Il mio cuore iniziò a battere forte. Tutto stava succedendo così in fretta.
Non ero abituata ai cambiamenti, non li ho mai vissuti bene.
Guardai l'uomo che avrebbe dovuto prendersi cura di me con gli occhi pieni di lacrime, ma a lui non sembrava importare affatto. Mi superò e lasciò che uno sconosciuto mi portasse alla sua macchina.
Non volevo rendergli le cose difficili. Avevo solo bisogno che le cose rimanessero uguali ancora per un po'.
***
Restai seduta in macchina per quelle che mi sembrarono ore, completamente sola sul sedile posteriore. Non riuscivo a vedere l'uomo davanti a causa di una parete divisoria.
Piansi, pensando a mio padre. Lo amavo e credevo che in fondo anche lui mi amasse.
Avevo portato via l'amore della sua vita, quindi non potevo biasimarlo per essere stato crudele con me.
La mia speranza era sempre stata che un giorno mi avrebbe perdonata e mi avrebbe amata tanto quanto aveva amato mia madre. Ma, ora che se n'era andato, sapevo che quel giorno non sarebbe mai arrivato.
Il rumore della portiera dell'auto che si apriva e l'improvvisa sensazione di aria fredda che penetrava attraverso i miei vestiti mi spaventarono e mi riportarono alla realtà.
Il mio nuovo tutore salì e il suo profumo riempì l'intera macchina in pochi secondi. Strinse la mascella e fissò dritto davanti a sé.
La macchina iniziò a muoversi.
Lo guardai, spaventata da come sarebbe stato il prossimo anno della mia vita sotto la sua custodia.
Era distante, non mi aveva dato alcun sostegno per la morte di mio padre. Aveva detto di essere suo fratello, ma sembrava non provare nulla per la sua morte.
Stavo iniziando a chiedermi se fosse capace di provare qualcosa.
Senza nemmeno guardarmi, ruppe il silenzio. «Resterai con me fino a quando non compirai diciotto anni. Mi aspetto che te ne vada dopo. Non devi preoccuparti dei soldi. Ti darò tutti i soldi di cui avrai bisogno per mantenerti quando sarai da sola».
Era buffo: mentre parlava, potevo solo pensare a quanto mi sentissi rifiutata. Gli erano bastati pochi minuti con me per capire che non voleva avere niente a che fare con me.
Pochi minuti erano stati sufficienti per capire che non poteva nemmeno provare a essere gentile con me.
Mi girai verso di lui mentre notavo che stavamo lasciando Ernestine Valley.
«Pensavo stessimo tornando a casa mia», dissi.
Mi guardò.
«Non resteremo lì. Staremo in hotel fino a quando il funerale non sarà finito, poi andremo a casa mia in aereo».
Perché? mi chiesi.
Quella era casa mia ed era perfettamente a posto. Non c'era niente di sbagliato nella casa in cui mio padre mi aveva cresciuta.
Non era lussuosa, ma era tutto ciò che avessi mai conosciuto. Sembrava che non fosse abbastanza per lui.
I miei occhi si spostarono verso il finestrino. Guardai il mondo fuori scorrere veloce quanto la macchina. Non vedevo l'ora di compiere diciotto anni per essere libera da lui.











































