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Cover image for L'ombra Libro 1 - L'ombra del ribelle

L'ombra Libro 1 - L'ombra del ribelle

Autore
Tara Lee Curtains
Letto da
2.8M
Capitoli
44
Autore
Tara Lee Curtains
Letto da
2.8M
Capitoli
44
🐺Paranormale💪🏻Protettore🎭Drammatico🐺Lupi mannari e mutaforma👩‍❤️‍👨Vero compagno🧙‍♂️Fantasy e paranormale💪🏻Maschi alfa😊Pulito🔒Vicinanza forzata

Josette fugge dalla crudeltà, alla disperata ricerca della libertà dal branco che ha spezzato il suo spirito. Ma la sua fuga la porta dritta nel territorio di un brutale alfa: uno molto più temuto dei mostri che si è lasciata alle spalle. Freddo, autoritario e legato da un antico potere, lui la imprigiona di nuovo… ma questa volta, c'è qualcosa di diverso. Nei suoi occhi c'è pericolo, sì, ma anche qualcosa di più profondo. Mentre il loro legame comincia a trasformarsi in qualcosa che nessuno dei due comprende, Josette deve scegliere: fuggire di nuovo o affrontare il fuoco oscuro che li unisce. In un mondo sull'orlo della rovina, il loro legame potrebbe condannarli entrambi… o salvare tutto.

Sogno Inquietante

JOSETTE

Il mio corpo è appeso al buio, le braccia incatenate e tirate in alto sopra la testa. Il metallo mi scava nei polsi, bruciando contro la pelle viva. Provo a muovermi, solo una volta, ma le catene sferragliano e mi tengono bloccata. I miei piedi sfiorano appena il pavimento di pietra.
Mi fa male tutto.
L'aria è umida e fredda, con un forte odore di muffa che mi riempie le narici. Non so dove mi trovo o perché sono qui. Conosco solo la paura, acuta e crescente nel petto, che si trasforma in un urlo che non riesco a liberare.
Dei passi risuonano nel corridoio. Lenti. Pesanti. Costanti.
Mi immobilizzo, con la gola secca. Poi lo vedo: è l'Alpha Curtis. La sua figura riempie la porta della prigione, imponente e altissima. Mentre si avvicina, un sorriso maligno si allarga sul suo viso.
Apro la bocca per parlare, per supplicare, per fargli delle domande, ma lui alza una mano. Il suo palmo spesso e calloso si sbatte sulla mia bocca, zittendomi. La sua pelle puzza di sudore e sangue, e io ci soffoco, con gli occhi spalancati.
E poi, senza dire una parola, tira fuori un lungo coltello seghettato. Cattura la debole luce, brillando come qualcosa di affamato.
«No! Ti prego...»
Prima che possa divincolarmi, il dolore esplode nel mio stomaco, mozzandomi il respiro.
Guardo giù, ansimando, terrorizzata nel vedere l'elsa che sporge dalla mia pancia. Il sangue, scuro e denso, mi scorre lungo le cosce e inzuppa il pavimento.
Lui ride. È una risata bassa. Crudele. Gioiosa.
Provo a urlare, ma non esce alcun suono. Le ginocchia cedono, e il mio corpo pende floscio dalle catene. Il mondo inizia a girare, mentre l'oscurità preme sempre più forte, più stretta.
Il mio ultimo respiro esce in un rantolo, mentre la sua risata riecheggia tra i muri di pietra.
Apro gli occhi di scatto, liberandomi dalla morsa di quello strano sogno inquietante. Un gran senso di sollievo mi pervade mentre mi guardo intorno, grata di essere tornata alla realtà.
Emetto un respiro lento e profondo per calmarmi e scivolo fuori dal letto. Il pavimento di legno usurato è freddo sotto i piedi nudi. Allungo la mano sotto il letto, le dita che si chiudono attorno alla collana che mia madre mi ha regalato quando ero solo una bambina. La catenina d'argento avvolge una gemma rossa a forma di lacrima al centro, che brilla ancora.
Per un attimo la tengo stretta, lasciando che il suo peso familiare mi calmi i nervi, poi, con un respiro silenzioso, la ripongo nel suo nascondiglio.
La luce del bagno sfarfalla mentre entro, ma non ci faccio caso. Mi sciacquo il viso con l'acqua fredda e le mie mani tremanti indugiano sul lavandino.
«Datti un contegno, Josette,» sussurro al mio riflesso, con la voce tremante.
Il mio viso pallido e stanco mi fissa, con gli occhi scavati dalle notti insonni, mentre la debole paura che qualcosa possa essere in agguato dietro di me fa capolino tra i miei pensieri.
Mi volto rapidamente e ispeziono la stanza.
Non c'è niente.
La mia paranoia diminuisce, anche se non del tutto. Con un sospiro, esco dal bagno, i nervi ancora a fior di pelle, e mi incammino verso gli alloggi dell'alpha e della luna per iniziare le mie faccende quotidiane.
Ci vuole un po' per arrivare fin lì, dato che l'ala dell'alpha si trova sul lato opposto della tenuta, ben lontana da dove alloggiano gli omega come me.
Una scelta deliberata, senza dubbio: l'alpha del Branco Night Wing non oserebbe mai vivere vicino a gente come noi. La superiorità trasuda letteralmente da ogni poro del suo essere.
È normale che gli alpha abbiano un ego smisurato, ma lui lo porta a un livello completamente nuovo.
Solo a pensarci mi viene la pelle d'oca. Il modo in cui tratta me e gli altri omega è spregevole: è un comportamento crudele e calcolato.
Si nutre del suo potere e del suo controllo, e io ho subìto il suo sadismo più volte di quante voglia ammettere.
La cosa peggiore è stata quando mi ha incatenata nei sotterranei per una settimana.
Non riesco nemmeno a ricordare cosa avessi fatto per meritarlo: forse non mi ero inchinata abbastanza profondamente, o forse avevo parlato quando non dovevo.
I dettagli si confondono, ma il dolore... quello rimane vivido.
Il freddo pungente delle catene, lo schiocco acuto della frusta sulla mia schiena e la straziante agonia che ne è seguita sono impressi a fuoco nella mia memoria.
Le cicatrici segnano la mia schiena, anche se non ho mai trovato il coraggio di guardarle: non ho bisogno di ricordarmelo.
Alcuni omega mi prendevano in giro, definendomi brutta, sfigurata e rotta.
Ma ora se ne sono andati tutti, accoppiati con membri di altri branchi, a vivere vite che io posso solo sognare.
Finalmente arrivo all'ala dell'alpha. La sua vista non smette mai di colpirmi: la grandiosità è travolgente, con scale lucide, dipinti sfarzosi e tappeti lussuosi che sembrano fin troppo morbidi per camminarci sopra.
Ogni stanza è enorme, con letti spaziosi, mobili da trucco scintillanti e bagni più grandi dei nostri interi alloggi. È un costante promemoria del divario che c'è tra noi.
Non mi preoccupo di bussare prima di entrare negli alloggi dell'alpha e della luna, poiché a quest'ora del giorno non ci sono mai.
Almeno, di solito non ci sono.
Non appena metto piede dentro, mi blocco. Lo stomaco mi si stringe quando Luna Suzanne esce furiosa dalla sua camera; il suo sguardo di ghiaccio si fissa su di me e un ringhio minaccioso si solleva dalla sua gola.
Il mio corpo si irrigidisce per la paura. Conosco bene il suo caratteraccio, e i ricordi da soli bastano a farmi tremare.
Non aspetta nemmeno che provi a scusarmi: la sua mano scatta e mi colpisce la guancia con una forza tale da farmi barcollare.
Il dolore esplode all'istante e trattengo un sussulto, portandomi subito la mano al viso dolorante.
«Come osi entrare nelle mie stanze mentre sono ancora qui?» ringhia, la voce carica di un'autorità che mi schiaccia come un peso enorme.
Inizio a balbettare delle scuse, ma lei mi interrompe con una risata che è un misto di veleno e derisione.
«L'omega senza lupo,» sogghigna. «Che vergogna.»
Le sue parole fanno più male dello schiaffo in faccia.
La sua risata svanisce mentre annusa l'aria e la sua espressione si incupisce. «Però riesco a sentirne l'odore. Del tuo lupo.»
Visto che non rispondo, sorride con aria di scherno e si avvicina. «Troppo debole per uscire, vero?»
Le sue parole bruciano, ma non dico nulla. Ho imparato a mie spese che ribattere peggiora solo le cose; così, con un ultimo ringhio, mi passa accanto furiosa e scompare lungo il corridoio.
Resto lì per un attimo, fissando il punto in cui si trovava fino a un istante fa.
La guancia mi pulsa, ma non è nulla in confronto al dolore della rabbia e dell'umiliazione che mi ribollono dentro. Ricacciando tutto giù, mi volto verso la stanza e mi metto al lavoro.
Spolverare, strofinare, passare l'aspirapolvere... è tutto così meccanico, ripetitivo ed estenuante. Mentre pulisco, la mia rabbia si inasprisce e straripa.
«Perché non esci?» sibilo a mezza voce, rivolgendo la mia furia al lupo sepolto nel profondo di me. «Perché sei così debole?»
Ma come sempre, non ricevo risposta. Nessun fremito. Nessun segno che esista. La delusione si fa sempre più pesante con il passare dei giorni.
Sospirando, spingo la scopa sul pavimento con più forza del necessario e torno al lavoro, maledicendo il lupo che si rifiuta di emergere e il mondo che si rifiuta di lasciarmi libera.
Delle voci, basse e familiari, riecheggiano nel corridoio. Mi fermo a metà passo, con un brivido lungo la schiena: l'Alpha Curtis e il suo vice, Sam.
Non ho bisogno di vederli per sapere che sono loro; riconoscerei i loro passi e il loro tono di voce ovunque. Passano oltre senza dire una parola, ma sento i loro occhi su di me, pesanti e fissi.
Durante il giorno li sorprendo di nuovo a fissarmi, troppo a lungo e troppo spesso. Nessuno dei due parla; non ne hanno bisogno. Il loro silenzio dice già abbastanza.
Il modo in cui l'Alpha Curtis mi fissa mi fa accapponare la pelle, come se mi avesse già messa a nudo nella sua mente.
Sam non prova nemmeno a nascondere il modo in cui gli si arriccia il labbro, e so che sta trattenendo una risata o qualcosa di peggio. Eppure, per questa volta si tengono a distanza, e mi costringo a esserne grata.
Finito il lavoro, mi dirigo in cucina mentre lo stomaco mi brontola per la lunga giornata. Quando entro, un piccolo sorriso mi illumina il viso scorgendo Chrissy, la governante del branco, che si dà da fare.
Lei è il mio unico raggio di sole in questo posto soffocante.
«Ehi, Chrissy,» la chiamo con tono leggero, appoggiandomi al bancone. «Cosa c'è sul menù stasera?»
Chrissy mi lancia a malapena un'occhiata e alza gli occhi al cielo, sebbene non ci sia vera malizia dietro. «Pasta al forno. La stessa di ogni altro martedì, Josette.»
Faccio un sorriso sghembo, cercando di tirarle su il morale. «Volevo solo controllare che non avessi perso la memoria. E magari sto scorgendo qualche capello bianco?»
Mentre faccio finta di strappargliene uno, mi allontana la mano con un colpetto, lasciandosi scappare una risata. «Sei un vero tormento, lo sai?» Scuote la testa. «Meno male che hai ancora una scintilla in te. Non l'abbiamo in molti, vivendo qui.»
Le sue parole fanno vacillare il mio sorriso, e la guardo più da vicino: Chrissy, di solito così vitale, sembra sfinita. Il suo sorriso è forzato e i suoi movimenti sono lenti.
«Tutto bene?» le chiedo piano.
Annuisce, mentre pulisce rapidamente il bancone.
Mangio in fretta, sentendo a malapena il sapore del cibo, poi mi sposto al lavandino per iniziare a lavare i piatti.
«Lascia stare, Josette,» dice Chrissy con dolcezza, toccandomi il polso. «Ci penso io. Vai a riposarti.»
Grata, annuisco e sgattaiolo in camera mia. Non appena la mia testa tocca il cuscino, crollo addormentata.
Ma non dura molto. Delle mani rudi mi scuotono per svegliarmi, facendomi sobbalzare.
Il cuore mi fa un balzo nel petto: dev'essere l'Alpha Curtis. Trattengo il respiro e mi guardo intorno.
Non è lui, è Chrissy. Il suo viso è pallido e gli occhi sono spalancati per il panico.
«Chrissy? Che... che succede?» riesco a dire, con la voce rauca per il sonno.
Non risponde subito, si limita ad afferrarmi il braccio e a strattonarmi giù dal letto. «Vestiti. Prepara qualcosa. Devi andartene. Subito.»
«Cosa? Perché?» chiedo, con il cuore che batte a mille.
Chrissy si gira verso di me, stringendomi forte le spalle, e la sua voce trema mentre parla. «L'Alpha Curtis ti ucciderà.»
Le sue parole mi tolgono il fiato.
Prima che possa persino rispondere, sta già infilando dei vestiti e una torcia in uno zaino. «Non c'è tempo per spiegare, Josette. Dobbiamo portarti fuori di qui al più presto... ora!»
«Devi venire con me,» la supplico.
L'espressione di Chrissy si addolcisce, ma lei scuote la testa con fermezza. «Se me ne vado, il legame del branco si spezzerà e lo scopriranno. Nessuna di noi due ne uscirebbe viva.»
Una lacrima mi scivola sulla guancia mentre mi poggia una mano confortante sulla spalla.
«Ma tu puoi aiutare. Vai dal Branco Shadow, dirigiti a nord. Convinci quel pazzo dell'Alpha Kage a venire qui. Lascia che distrugga questo branco di mostri.»
Annuisco, deglutendo a fatica, mentre mi porge lo zaino.
«Corri, Josette,» mi dice. «E non guardarti indietro.»
Allungo la mano sotto il letto ed estraggo la collana rossa, infilandomela in tasca senza dire una parola, dopodiché mi volto e getto le braccia al collo di Chrissy, stringendola forte.
Chrissy mi preme tra le mani un mazzetto di erbe tritate. «Strofinale sulla pelle,» dice a bassa voce. «Maschereranno il tuo odore.»
«Grazie,» sussurro, con le parole che mi si strozzano in gola.
Il cuore mi batte all'impazzata mentre mi dirigo verso la porta. Sto lasciando l'inferno, l'unica vera casa che io abbia mai avuto, e ora posso finalmente scappare... ma sarò sola, ad avventurarmi verso l'ignoto.
Scivolo fuori dalla porta e mi inoltro nella notte.

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