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Pezzi Perfetti

Autore
Jen Cooper
Letto da
503K
Capitoli
57
Autore
Jen Cooper
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Capitoli
57
🏈Storie di sport👱🏽‍♀️Teenager😌Seconde opportunità🎭Drammatico🏃🏿‍♂️Atleti👩🏽‍🎓Studenti🏍️Cattivi ragazzi⚔️Da nemici a innamorati✌🏻Migliore amico del fratello☯️Gli opposti si attraggono🔺Triangolo amoroso🏙️Contemporaneo💪🏻Maschi alfa💪Donne forti💞Poligamia🔺Ménage à trois

Taylor è determinata a dedicare l'ultimo anno solo a se stessa: corse più veloci, un cuore guarito e niente drammi. Ma chiaramente la vita non ha ricevuto il messaggio. Quando Pierce, il migliore amico di suo fratello, e il suo ex, Niko, rientrano entrambi nella sua orbita, i piani di Taylor iniziano a vacillare. Sono il fuoco e il ghiaccio, il caos e il conforto, la tentazione e il problema: tutto ciò che aveva giurato di evitare.

Eppure, quando le fanno un'offerta che trasforma tutti i suoi "no" in "forse" decisamente complicati, inizia a chiedersi se l'amore non consista nello scegliere da che parte stare, ma nel trovare l'equilibrio nel mezzo. In questo romanzo spiritoso, passionale e commovente, la guarigione arriva tra risate, desiderio e una doppia dose di tentazione.

Capitolo 1

TAYLOR

Inspira dal naso. Espira dalla bocca.
Ancora e ancora, i miei respiri erano pesanti, le scarpe da ginnastica battevano sull'asfalto con passi decisi mentre usavo ogni muscolo del corpo per spingermi avanti lungo la pista.
Sfrecciavo davanti alle tribune, il corpo che sentiva ogni dolore e ogni sforzo. Era quello che volevo. Quello di cui avevo bisogno per far tacere la giornata.
La musica mi esplodeva nelle orecchie, un mix energetico a caso che mi teneva in movimento. Ero così vicina al traguardo, al raggiungimento del mio obiettivo giornaliero.
Controllai l'orologio, scostando dal viso le ciocche bionde che mi sferzavano la faccia. Ce l'avrei fatta: il mio record personale era a pochi secondi di distanza.
Spinsi più forte, il petto si stringeva, lo stomaco faceva lo stesso, gli occhi fissi sul traguardo davanti a me.
Ero così concentrata sulla linea bianca che non vidi il pallone da football volare dal nulla e colpirmi in piena faccia.
Caddi a terra, la guancia in fiamme mentre il pallone rotolava fuori dalla pista. Strinsi la mascella per il dolore bruciante al gomito su cui ero atterrata e per la botta al sedere.
«Merda, scusa, Taylor, tuo fratello non sa mirare.» Pierce, il burlone, il migliore amico di mio fratello e il mio tormento principale, rise avvicinandosi a me nei suoi pantaloncini sportivi e le scarpe da ginnastica.
Lo fissai dal basso con uno sguardo furioso, strizzando gli occhi contro il sole del pomeriggio, odiandolo perché per la milionesima volta aveva deciso di non indossare la maglietta, il che significava che per un attimo mi ero distratta e facevo ancora più fatica a restare incazzata con lui.
Misi da parte la mia libido scomoda e spostai lo sguardo verso mio fratello gemello, che guardava dall'altra parte, ridendo con i suoi stupidi amici del football.
Mi tenni la guancia e feci per alzarmi, rifiutando la mano che Pierce mi tendeva. Quel trucco me lo aveva fatto troppe volte perché ci cascassi ancora.
Il trucco del «non sono stato io» di cui andava così fiero era diventato davvero vecchio negli ultimi anni, e nemmeno il suo sorriso affascinante, i brillanti occhi verdi e quella fossetta singola riuscivano più a farmelo credere.
Forse una volta ci avevo creduto, o forse un centinaio di volte, ma non da quando mi erano cresciute le tette e lui aveva reso molto chiaro di averle notate.
Mi alzai in piedi e mi spolverai di dosso la polvere.
«Sì, sono sicura che è stato solo un incidente.» Guardai mio fratello, Hayden, e gli feci il dito medio. Lui rise ancora più forte e venne verso di me a passo di corsa.
«Scusa, Tay. È stato Pierce a sfidarmi. Ho detto che potevo fare gol da qualsiasi posizione, lui ha detto bersaglio in movimento, e da lì è degenerata.» Hayden cercò di giustificare il suo e il comportamento da stronzo di Pierce, ma io non ne volevo sapere. Alzai gli occhi al cielo e mi allontanai da loro.
Raccolsi il pallone e lo feci girare tra le dita, guardando verso la porta.
«Ovvio che è stato lui. La prossima volta che ti sfida a fare qualcosa, che ne dici di usare quella lingua e dire di no?» sbottai, poi lasciai cadere il pallone e lo calciai oltre la porta. Hayden alzò gli occhi al cielo.
«Che sbruffona.»
«Attento, H. Si vede che sei invidioso» lo presi in giro, e lui mi fece il verso, poi andò a prendere il pallone. Pierce fischiò piano e mi fece un sorrisetto.
«C'è un motivo per cui sei ancora lì in piedi senza scusarti? O far fare il lavoro sporco agli altri è la tua nuova forma di tortura che mi aspetta?» chiesi, guardando il graffio sul gomito e stringendo la mascella.
«Ho detto scusa. E sinceramente non pensavo che tuo fratello sarebbe riuscito a colpirti.»
«Vabbè. Ci si vede, Pierce.»
Scossi la testa, voltandogli le spalle, rinunciando al mio record e infilando dietro le orecchie le ciocche sfuggite dall'elastico.
Ogni giorno trovava un modo nuovo e creativo per rompermi le scatole, e ne avevo abbastanza. Non importava cosa facessi, non mollava mai.
Quest'anno era anche peggio dell'anno scorso, ma del resto non mi ero fatta illusioni: sapevo che l'ultimo anno di liceo sarebbe stato un periodo orribile.
Dovevo solo sopravvivere al resto dell'anno, e poi avrei potuto fuggire, lasciandomi il liceo e tutta la gente che lo abitava alle spalle.
«Non fare così, Tay. Tra noi c'è un legame, è la nostra cosa. Io ti faccio impazzire, tu bestemmi e mi fai il dito medio, e poi alla fine ti metterai in ginocchio a succhiarmi il cazzo come una brava ragazza così ti insegno un po' di buone maniere» mi provocò, mettendomi un braccio attorno alle spalle mentre camminavo verso gli spogliatoi.
Sbuffai e lo spinsi via. Il suo corpo muscoloso e quei bicipiti da far venire l'acquolina in bocca stavano troppo bene addosso al mio corpo perché potessi soffermarmi sulle sue parole.
Non era il tipo di ragazzo a cui le ragazze dicevano normalmente di no, e immagino fosse per quello che era così ossessionato dal provocarmi. La caccia era tutto ciò che gli importava.
«Oppure puoi andare a farti fottere.»
«Vedi, baby? Il nostro legame.» Sorrise, rimettendomi il braccio sulle spalle.
Sospirai seccata, gli afferrai il braccio, sgusciai via e aprii la porta dello spogliatoio.
Lui rimase all'ingresso, appoggiato allo stipite con quel sorrisetto arrogante che odiavo ammettere gli stava dannatamente bene.
«Non succederà mai, Pierce. Ora vai a dar fastidio alla tua ragazza con il tuo cazzo. Magari così impara a stare zitta per una volta.» Sorrisi, poi gli sbattei la porta in faccia, appoggiandomi con un sospiro pesante.
Mi faceva innervosire così tanto da farmi impazzire.
La sua ragazza, Brooke Harding, era una di quelle tipe a cui nella vita tutto veniva facile e le piaceva sbattere questa cosa in faccia a tutti il più spesso possibile.
Aveva soldi da buttare, una famiglia perfetta.
Non come me. Io non avrei mai avuto tutto quello. Non da quando i miei genitori erano morti in un incidente d'auto quando ero piccola.
Amavo mia nonna ed ero così grata per tutto ciò a cui aveva rinunciato per dare a me, ai miei fratelli, tutto quello che poteva. Ma i risparmi dei miei genitori si stavano esaurendo, e anche quelli di mia nonna.
Speravo solo di riuscire a togliermi dai piedi prima che fosse troppo tardi e lei dovesse rinunciare a qualcos'altro della sua vita per me, Hayden e la nostra sorella minore, Tori.
Scacciando i pensieri che mi tormentavano in continuazione, mi diressi verso il mio armadietto. Mi svestii e mi avvolsi in un asciugamano, andando verso le docce.
Mi piaceva correre di pomeriggio, quando tutti gli altri erano già andati a casa, a parte quelli che avevano gli allenamenti. Significava che, se uscivo abbastanza presto, avevo la doccia tutta per me.
Un lusso raro, dato che nella mia piccola casa, dove dividevo la stanza con mia sorella, la lotta per il bagno non finiva mai.
Lasciai che il getto lavasse via il sudore della corsa e il sangue dal graffio, sibilando quando il bruciore si fece sentire.
Lo ignorai, mi lavai il corpo e mi sciacquai, sussultando quando sentii un rumore metallico sugli armadietti. Mi girai di scatto verso il suono, ma non c'era nessuno. Aggrottai la fronte e chiusi la doccia.
«C'è qualcuno?» chiesi, ma in risposta ci fu solo una risata bassa e scura. Gemetti ad alta voce e appoggiai la fronte al muro. Fottuto liceo, un incubo dopo l'altro.
«Non farlo, Niko.» Quasi lo supplicai, sapendo cosa stava per succedere.
La sua risata si fece più profonda, poi il suono delle bacchette da batteria iniziò a battere sugli armadietti. Afferrai l'asciugamano un attimo prima che lui ci arrivasse.
Spuntò da dietro un armadietto con un sorrisetto, facendo ruotare una bacchetta tra le dita, appoggiato all'armadietto, masticando una gomma. Era per quello che la sua lingua aveva sempre un sapore di menta.
Lo guardai con aria torva mentre si avvicinava, i suoi jeans neri strappati che gli cadevano bassi sul fisico asciutto.
Si passò una mano tra i capelli neri e blu lunghi fino alle spalle, il piercing al naso che brillava sotto le luci artificiali che avevano cominciato a tremolare.
Trattenni il fiato mentre indietreggiavo contro il muro della doccia.
Lui osservò il mio movimento prima di avvicinarsi ancora. La sua bacchetta aprì il mio asciugamano, separando i lembi, scivolando sotto il tessuto, tracciando un sentiero sulla mia pelle.
Chiusi gli occhi prima ancora di riuscire a raccogliere i pensieri.
«Niko…»
«Ciao, bellezza» mormorò contro di me, il suo odore invadente che mi teneva inchiodata lì. La bacchetta passò sul mio piercing all'ombelico, scendendo lungo lo stomaco finché non fu troppo vicina al mio centro.
Ma non mi mossi.
Il mio respiro era corto mentre guardavo Niko, i suoi occhi marrone scuro che mi osservavano arrossire. Gli era sempre piaciuto mettermi a disagio. Soprattutto a letto.
«Vattene» provai a dire, ma la voce mi tremò e il suo sorrisetto si allargò.
«Hmm. È davvero quello che vuoi, piccola bugiarda?» mi provocò, premendo il suo corpo contro il mio così che la bacchetta fosse tra le mie cosce, premendo forte, stuzzicandomi il clitoride finché non dovetti mordermi il labbro per non gemere.
«Non stiamo più insieme. Te ne sei assicurato tu.»
Si strinse nelle spalle e si chinò, il suo respiro sul mio collo.
Cercai di restare forte, ma era così difficile quando ricordavo ogni parte del suo corpo, la sensazione che mi dava quando mi portava un piacere che mi faceva uscire dalla testa per ore.
Quasi tremai, ma poi mi ricordai il resto. Le vacanze estive che erano state un altro incubo.
Quando aveva fatto festa e scopato con la mia ex migliore amica, la cantante della sua band, la vocalist. Che fottuto cliché. E lo avevano fatto alle mie spalle per mesi.
Mi bastò quel ricordo per ritrovare la spina dorsale. Gli misi le mani sul petto e lo spinsi via. Lui si lasciò spostare facilmente, ghignando mentre faceva schioccare la gomma.
«Mi manchi» disse, e io scossi la testa davanti a quella bugia. Gli mancava la mia figa, il sesso a comando, la bugia.
«Allora non avresti dovuto scoparti la mia amica con cui eri "solo alle prove della band". Vaffanculo, Niko» ringhiai, stringendo l'asciugamano.
Lui si rabbuiò, e qualcosa che somigliava a rimorso gli brillò negli occhi, ma sparì così in fretta che non ero sicura di averlo davvero visto.
Ma la verità era che faceva un male cane, così lo superai a passo deciso e andai al mio armadietto.
Non disse altro. Se ne andò, fischiettando, prima che la sua risata riecheggiasse e la porta dello spogliatoio si chiudesse.
Un attimo dopo capii di cosa aveva riso: quando andai a cambiarmi, i miei vestiti erano spariti. Che andasse a farsi fottere.
Non aveva il diritto di tormentarmi per averlo lasciato dopo quello che aveva fatto. Sbattei l'armadietto, presi la borsa vuota. Non avevo altra scelta che andare a casa in asciugamano.
Lo strinsi più forte e uscii dallo spogliatoio, fulminando con lo sguardo Niko che era lì ad aspettare.
Scattò una foto con quella sua fotocamera costosa che amava più di me, proprio nel momento in cui gli feci il dito medio. Mi fece l'occhiolino, poi si tolse la maglietta e me la lanciò.
«Indossala stasera quando ti tocchi» mi provocò, e un dolore mi lacerò il petto. L'avevo fatto per lui, una volta.
Si allontanò, e io mi rifiutai di piangere. Avrei aspettato che la casa fosse in silenzio e sarei uscita sul tetto per sfogarmi.
Marciai fino alla macchina di Hayden e salii, sbuffando mentre mi infilavo la maglietta di Niko. Sapevo che l'interrogatorio della nonna, se mi fossi presentata in asciugamano, non valeva il mio orgoglio.
Tirai fuori i libri dalla borsa e studiai il funzionamento dei muscoli e delle ossa per la mia tesina su salute e fitness, un compito che dovevo assolutamente superare alla grande se volevo avere qualche speranza di entrare in un'università decente per studiare riabilitazione e fisioterapia sportiva.
Era la mia unica speranza di fuga dall'inferno del liceo e dai bulli che lo popolavano. I miei bulli, in particolare.
Uno, il ragazzo popolare, simpatico quando gli faceva comodo, sempre in giro a causa di mio fratello, che non si arrendeva mai nella caccia. E l'altro, un musicista cupo che mi aveva spezzato il cuore.
Odiavo il fatto che mi condizionassero così tanto, ma entrambi mi venivano incontro ogni giorno con un modo nuovo per ricordarmi tutto quello che non volevo provare vicino a loro.
Come un desiderio adolescenziale insaziabile e una frustrazione intensa.
Ma questa era la mia fortuna: sempre sul filo del rasoio, sempre a chiedermi cosa avrebbero fatto dopo, sempre in bilico tra cedere e restare forte.

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