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Il Suo Punto di Rottura

Autore
Olivia Grace
Letto da
18,1K
Capitoli
28
Autore
Olivia Grace
Letto da
18,1K
Capitoli
28
😱Thriller💪🏻Protettore🏙️Contemporaneo🕵️Crime e mystery

Haven riesce finalmente a sottrarsi all'uomo che le schiacciava l'anima con regole, silenzi e punizioni a sangue freddo. Si affaccia sul mondo determinata a tornare a respirare, ma la libertà non è gentile: ringhia, la bracca e pedina ogni sua mossa. La famiglia che un tempo l’aveva abbandonata ora cerca di fingersi salvatrice, ma il loro senso di colpa arriva troppo tardi. Haven porta su di sé il peso di ogni frammento andato in frantumi, di ogni bugia sussurrata, di ogni istante in cui ha imparato a sopravvivere da sola. E proprio quando pensa che la caccia sia finita, qualcosa di nuovo emerge dall'oscurità... e non ha alcuna intenzione di lasciarla andare.

Il suo silenzio di sangue

Ora il sangue era secco. Questa era la cosa che mi dava più fastidio. Pensai alla mia infanzia mentre ero seduta sulla sedia della cucina, fissando il bancone.
Ricordai il mio decimo compleanno. La voce di mia madre che cantava rimbombava contro i muri. L'avevo guardata mettere la glassa sulla torta per ore, solo perché poi mio fratello mi spingesse la faccia nella torta dopo aver cantato «Tanti auguri».
Ero arrabbiata, ricordando di averlo inseguito urlando come un'ossessa.
La pelle mi tirava per il dolore quando mi muovevo, rigida e screpolata, con quel suono che mi strideva nelle orecchie, come se fossi stata immersa in qualcosa e lasciata a indurire. La maglietta mi si incollava alle costole dove si era inzuppata ore prima, scura e appiccicosa... uno schifo. Sospirai guardando l'orologio: non mancava molto ormai.
Non era ancora ora di cena. Avevo bisogno di fare una doccia. Valutai il tempo che ci sarebbe voluto per lavarmi via tutto prima che lui tornasse a casa... Non abbastanza.
Guardai giù verso il tessuto della mia maglietta, pesante, pieno di buchi e marrone sui bordi, quasi nero in alcuni punti. Mi alzai, ignorando l'urlo di dolore del mio corpo. Non avevo tempo per una doccia, ma potevo provare a pulirmi un po' prima che lui arrivasse. Non che sarebbe servito a molto.
Passai un panno umido sulle braccia, sullo stomaco e sul collo, ma non fece altro che spargere tutto ancora di più, lasciandomi la pelle irritata e rosa. Fantastico.
Smisi di provarci. Mi sedetti di nuovo sulla sedia della cucina e mi guardai come se stessi osservando qualcosa di andato a male.
Le mie cosce erano ricoperte di lividi... dal viola scuro che sfumava nel giallo e nel verde, gonfi in alcuni punti, scavati in altri. Segni a forma di dita mi circondavano la parte superiore delle braccia, troppo precisi per essere accidentali. Le mie ginocchia erano piene di croste e spaccate, una perdeva ancora un po' di sangue.
C'era un taglio sul mio fianco che bruciava ogni volta che respiravo, aperto e infiammato, che stava già decidendo quanto brutto voleva diventare. Avrei dovuto pulirlo e fasciarlo prima che insorgesse un'infezione.
La schiena mi faceva male costantemente. Non avevo bisogno di vederla per sapere che aspetto avesse... cicatrici spesse e in rilievo ammassate sopra altre più vecchie, la pelle deformata e irregolare come se avesse dimenticato come guarire nel modo giusto. I segni di un mostro.
Alcuni punti prudevano. Alcuni pulsavano. Alcuni erano insensibili.
Odiavo questo corpo. Odiavo il modo in cui la mia pelle pendeva flaccida sulle ossa, il modo in cui il mio stomaco rientrava all'indentro e il modo in cui il mio petto si muoveva appena quando respiravo. Odiavo l'odore del sangue secco che mi restava addosso, metallico e acido, come se si fosse infiltrato nei miei pori... Avevo un aspetto disgustoso.
La casa divenne mortalmente silenziosa, come se avesse dimenticato come respirare. Mi irrigidii, sapendo cosa significasse. La porta d'ingresso si aprì.
Quel rumore mi piombò pesante sul petto... Charles era a casa.
I suoi passi si muovevano per la casa con determinazione, ognuno di essi deliberato, come se avesse già deciso cosa avrebbe fatto. Il mio cuore iniziò a battere all'impazzata, troppo veloce, troppo forte. Il mio corpo si tese ancora di più, ogni muscolo pronto a scattare.
Mi avrebbe fatto del male. Lo aveva già deciso, e non c'era nulla che potessi fare se non prepararmi e pregare che, se non avesse potuto fermarsi, fosse veloce. Mi alzai troppo in fretta e la stanza si inclinò, mentre le vertigini mi travolgevano con un'onda densa.
Mi sorressi al muro, con il respiro corto, in attesa.
«Haven» chiamò. «Vieni qui fuori».
Feci un passo nel corridoio. I suoi occhi si posarono su di me, per poi indugiare. Lenti. Valutanti. Che facevano l'inventario.
La sua bocca si storse, non per preoccupazione, ma per disgusto.
«Che diavolo è questo?» sbottò, con la rabbia che gli permeava il tono di voce. «Ti avevo detto di darti una ripulita». La vergogna si arrampicò calda e pesante lungo la mia spina dorsale.
Mi rannicchiai su me stessa senza volerlo, chiudendo le spalle, nel tentativo di farmi più piccola.
«Stai sanguinando per tutta casa mia» continuò, mentre l'irritazione gli affilava la voce. «Sembri un animale». Si girò verso la cucina e riuscii a sentire un cassetto aprirsi.
Il metallo sfregò contro il metallo, facendo rimbombare il mio battito nelle orecchie.
«Non tollero il disordine» disse con calma. «Soprattutto non da te». Tornò indietro con in mano il coltello. Non alzato. Senza fretta.
Fece un passo avanti, con gli occhi freddi, scegliendo già da dove iniziare. Lo stomaco mi si torse dolorosamente mentre il terrore si univa a una sensazione opprimente. Conoscevo quello sguardo.
L'aveva sfoggiato solo due volte, ed entrambe le volte mi aveva quasi uccisa. Il dottor Stevenson sarebbe stato al mio capezzale al mattino. La sua voce mi fece correre dei brividi viscidi lungo la spina dorsale.
Le sue visite avevano sempre un prezzo, ed era un prezzo che odiavo pagare. Non provava alcuna compassione; non importava quanto fossi ferita. Pregai intensamente: Ti prego, no.
«Credi di poter andare in giro così?» chiese. «Coperta di sangue?» Mi afferrò il braccio, le dita che affondavano direttamente in un livido. Il dolore sbocciò acuto e immediato, bruciandomi i nervi. Invidiavo sempre chi non provava dolore... ancora di più in quel momento.
«Forse devo ricordarti come ci si comporta».
Suonò il campanello. Netto. Forte. Sbagliato. Charles si bloccò. E così feci io.
«Haven?» chiamò una voce attraverso la porta. «Sono io».
Paul.
Il suono della voce di mio fratello detonò dentro di me. Il panico mi inondò il corpo così velocemente da darmi le vertigini, correndo lungo la spina dorsale e arricciandosi nelle dita dei piedi finché non mi fecero male. Il mio istinto mi urlava di muovermi.
Mi liberai con uno strattone e mi scagliai verso la porta. Correre era pericoloso. Correre e farsi beccare significava la cantina... Quel posto dimenticato da Dio mi balenò in mente, straziante, un mostro in sé. Se quella casa fosse stata viva, la cantina ne sarebbe stata la parte più oscura. Giuro, quando la casa era silenziosa, potevo sentire le mie vecchie urla tra i muri.
Non mi fermai, non potevo, non ora. Le mie dita sfiorarono la maniglia. Charles mi fu addosso all'istante. Il suo braccio si serrò intorno al mio petto, schiacciandomi la schiena contro di lui. Il coltello guizzò verso l'alto, freddo e reale, premendo sotto il mio mento. Il mio corpo si immobilizzò completamente, il terrore che mi bloccava sul posto. La pressione dimostrava che alla minima mossa sarei morta.
«Non farlo» mi mormorò all'orecchio. «Rovina questo, e la farò finita». La porta si aprì e Paul si trovò lì. Per una frazione di secondo, il suo viso fu quello familiare. Rilassato. In attesa. Poi i suoi occhi si spostarono su Charles, sul coltello, e infine si posarono su di me. E tutto cambiò all'improvviso.
Il suo viso perse colore. Il respiro lo abbandonò in un suono acuto e spezzato. «Haven...» La sua voce si incrinò. «Charles?» disse poi; l'incredulità sfociò nell'orrore. «Che diavolo stai facendo?»
Charles strinse la presa e la postura di Paul cambiò immediatamente. Fu sottile, ma inequivocabile: spalle dritte, piedi piantati, una mano alzata lentamente, palmo in fuori. L'altra si mosse verso il fianco, trattenuta, controllata. Estrasse lentamente la pistola, puntandola verso Charles, il viso contratto, arrabbiato.
«Allontanati da lei» disse Paul. La sua voce ora era piatta. Mortalmente calma. «Togli il coltello dal suo collo».
«Questa è una faccenda di famiglia» sbottò Charles. «Tu non c'entri niente qui».
Paul non lo guardò. Guardò me. Mi guardò davvero. I lividi stratificati sulla mia pelle. Il sangue secco. Il modo in cui i miei occhi non mettevano a fuoco, il modo in cui non lottavo, non piangevo... semplicemente vuota. Qualcosa dentro di lui si spezzò.
«Haven» disse a bassa voce, la voce che tremava appena prima che lui la costringesse a rimanere ferma. «Ti vedo. Stai andando benissimo. Resta tranquilla».
«Non le importa niente di quello che hai da dire». Il tono di Charles era cupo e beffardo. Feci appello a tutte le mie forze per non sussultare quando strinse la presa sul mio braccio. Le mie mani erano ancora appoggiate sul suo avambraccio, supplicando in silenzio. Ti prego.
La mascella di Paul si contrasse duramente. «Charles» disse, con la furia intrecciata alla calma. «So esattamente chi sei. Non vuoi farlo».
Sapevo cosa stava facendo: stava cercando di entrare in empatia con lui. Mi dispiaceva per lui. Non si può entrare in empatia con uno psicopatico.
«Charles, stai commettendo un'aggressione aggravata con arma letale. Metti giù il coltello. Ora».
Charles rise in modo acuto e sgradevole. «Pensi di potermi dire come disciplinare mia figlia?» La parola suonò strana detta dalla sua bocca. Mia figlia.
Il respiro di Paul si fece corto per un secondo pericoloso. «Questo è sbagliato» disse. «E se non la lasci andare, finirà molto male per te».
Il coltello premette più forte. Il mio battito cardiaco accelerò selvaggiamente lì sotto. Una mossa ed era finita.
«Ma per favore...» Riuscivo a sentire il veleno nella voce di Charles.
«Charles, non te lo dirò un'altra volta. Metti giù l'arma.» Paul spinse in avanti la sua pistola e fece un mezzo passo per avvicinarsi. Il gioco del codardo era il preferito di Charles: chi avrebbe ceduto per primo. Dominio e sottomissione totale.

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L'accordoLa Lupa Libro 1 - L'alfa donnaSì, Mr Knight. Libro 4: Parte PrimaSali o muoriThe Royal Legacy 7: I Gemelli di Satin Moon

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