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Cover image for La bratva di Chicago Libro 5

La bratva di Chicago Libro 5

Autore
Renee Rose
Letto da
79.4K
Capitoli
21
Autore
Renee Rose
Letto da
79.4K
Capitoli
21
😱Thriller🌼Vergini💍Matrimonio combinato🎭Drammatico🏙️Contemporaneo💪🏻Protettore💰Miliardari💪🏻Maschi alfa💪Donne forti🥵Erotica🔒Vicinanza forzata🖤Dark🔫Mafia

MI HA TRADITO LA FAMIGLIA - GLIELA FARÒ PAGARE. La dolce bionda ramata del nostro palazzo non è innocente come pensavamo. Ha portato un agente federale nella nostra cerchia. Ha fatto sparare a mio fratello gemello. Ora pagherà. La metto a capo delle sue cure, perché torni in salute. Se lui muore, muore anche lei. Almeno, è quello che le ho detto. Ovviamente non le farei mai davvero del male. La nostra bellissima vicina mi è già entrata sotto la pelle. Ma questo non mi impedirà di punirla, e poi di toccarla in tutti i modi che avevo giurato di non fare. Ha rovinato la mia pace. È diventata una distrazione che non posso permettermi. Voglio tenerla sotto il mio controllo... Devo tenerla fuori dal mio cuore.

Capitolo uno

Il soldato

Pavel

Avvolsi le dita tatuate sotto la mascella dello sfaticato e tracciai il profilo della sua gola con la lama del coltello. «Non fare scommesse che non puoi pagare» gli dissi. Avevo affilato la lama prima di arrivare, quindi il tocco leggero gli tagliò la pelle e gli fece scendere un rivolo di sangue lungo il collo grasso. Bastava a spaventarlo, se era uno schizzinoso.
Non eravamo lì per mutilarlo però, ma solo per farlo cagare sotto.
Nikolaj, il nostro bookmaker, era vicino, con le braccia conserte sul petto in chiaro segno di disapprovazione.
Accanto a lui Oleg, l'enorme e silenzioso sicario, si scrocchiava le nocche tatuate. Aveva già pestato quello stronzo piuttosto bene. Il tizio sarebbe stato livido e gonfio per un paio di settimane, di sicuro. Ecco quello che succedeva a rompere alla bratva di Chicago.
«Ti prego. Vi darò i soldi. Lo giuro.» Stava piagnucolando. Non ci era voluto molto per piegarlo, ma comunque più del tempo che avrei voluto sprecarne con lui.
Non che il mio lavoro fosse una perdita di tempo.
Ero dannatamente fortunato a far parte della cellula bratva di Ravil. Solo che avevo un’altra da torturare dopo quello lì. Una persona molto più deliziosa e volenterosa. Ma sfortunatamente viveva in un’altra città, il che significava che avevo un volo da prendere. Incrociai lo sguardo di Nikolaj, e lui fece spallucce, lasciando la decisione a me.
Pulii la lama del coltello sulla camicia del mudak.
«Hai due settimane. Se non paghi prenderemo tutto ciò che ami. È chiaro?»
«Ho capito» gemette. «Ti porterò i soldi. Lo prometto.»
«Avevi i soldi» gli ricordai. «E invece di portarceli, li hai usati per piazzare una nuova scommessa con i Tacone.»
Il tizio piegò la testa. «Lo so» gemette.
«Quindi ti avverto: dobbiamo essere pagati per primi.»
«Lo farò, vi pagherò per primi. Lo prometto.»
«Non credere che sarai di nuovo il benvenuto al mio tavolo» disse Nikolaj. Quando i giocatori sceglievano di sedersi con gli italiani invece che con noi, lui la prendeva sul personale. I Tacone non erano nostri nemici; avevamo il tacito accordo di attenerci alle rispettive specialità, nella criminalità organizzata della città. Il che significava che le giocate di poker non dovevano sovrapporsi.
Alzai il mento verso Oleg, che diede un ultimo colpo sul viso del ragazzo come promemoria, e poi tagliai le corde che lo legavano alla sedia. Fece per scattare, ma io gli puntai la lama del coltello al bulbo oculare sinistro e si bloccò. «Siediti. Conta fino a quattrocento. Poi puoi andartene.»
«Quattrocento. Ho capito. Quattrocento» balbettò il ragazzo.
Presi la giacca e la sollevai mentre lasciavamo il magazzino abbandonato scelto per la piccola sessione di tortura. La ghiaia ci scricchiolò sotto i piedi mentre ci dirigevamo al SUV di Oleg.
«Non all'altezza della tua solita qualità» osservò Nikolaj. «Stai perdendo il gusto per la tortura?»
«No.» Non gli dissi che i miei gusti erano appena cambiati. Avevo trovato uno sbocco molto più sano per i miei impulsi sadici. Non glielo dissi, ma probabilmente lo sapeva già. Vivevo tutto il tempo con quei ragazzi. Era piuttosto difficile mantenere segreti, anche se avevamo appena scoperto che Oleg ce ne aveva nascosto uno enorme sul suo passato.
«Davvero, amico. Sono quasi dovuto intervenire per tirargli io stesso un paio di pugni.»
Nikolaj mi stava ancora rompendo i coglioni. Guardai Oleg, che ultimamente comunicava di più, e lui fece spallucce e mostrò il pugno, che nel linguaggio dei segni voleva dire sì.
«Da pošël ty.» Li mandai a quel paese. Salimmo sull’auto di Oleg, e lui avviò il motore per riportarci indietro.
«Ravil ti sostituirà, se non inizi a fare la tua parte.» Nikolaj lo disse con leggerezza, ma la sensazione di punture sulla nuca mi disse di prestare attenzione. Non capivo bene se stava solo cercando di ottenere una reazione o se era serio. Ravil era il nostro pachan, il capo della bratva di Chicago. L'idea che fosse insoddisfatto dei miei servizi mi metteva in difficoltà. Ero fortunatissimo ad avere quella posizione, ed ero ambizioso. Speravo di consolidare il mio ruolo per tutto il tempo in cui sarei rimasto lì. Così, una volta tornato a Mosca, speravo di migliorare la mia posizione nell'organizzazione sul posto.
«Di che cazzo stai parlando?» scattai.
Nikolaj si girò indietro per guardarmi. «Stamattina ha accennato al fatto che sei di nuovo in partenza per il fine settimana. Al fatto che non sei stato chiaro con lui.»
Bljad’. Non ero stato chiaro con lui. Ma pensavo che tutti sapessero che sarei andato a Los Angeles per il fine settimana. Ci andavo ogni weekend da San Valentino, quando Ravil mi aveva spedito in un club sadomaso per lavoro ed ero finito a rivendicare la mia piccola schiava. Tuttavia, supporre che tutti lo sapessero non era lo stesso che chiedere il permesso al capo. Avrei dovuto almeno pensarci, ma non eravamo esattamente dipendenti che timbravano li cartellino. Le nostre tipologie di lavoro erano piuttosto libere. Fondamentalmente, facevo qualsiasi cosa Ravil mi dicesse di fare, legale o meno. Ravil mi possedeva, ma io avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Mi strofinai una mano sul viso. «Va bene. Grazie per avermelo detto.» Nikolaj poteva sembrare un cazzone, ma sapevo che stava cercando di salvarmi il culo.
«Che progetti hai con questa qui?» mi chiese.
Non risposi. Non erano cazzi suoi.
«Hai intenzione di andare avanti per sempre con questa cosa a distanza?»
«No» dissi cercando di fare il disinvolto.
Come se rompere con Kayla mi sarebbe stato facile. La verità era che non lo sarebbe stato per niente.
Sapevo di essermi comportato da pezzo di merda nell’ultimo mese, reclamandola e considerandola mia. Kayla aveva una vita. Un futuro luminoso. Che sarebbe stato ostacolato anche solo dal venir associata con me. E il tutto senza nemmeno prendere in considerazione il dolore emotivo che le avrei causato. Ogni settimana in cui permettevo alla cosa di andare avanti rendeva più difficile rompere.
Avrei dovuto strappare il cerotto subito, prima che si legasse di più a me, che mi considerasse il suo padrone, più di quanto non fosse già.
Sì, avrei chiuso quel finesettimana. Non all’arrivo, ma alla fine.
Dopo esserci divertiti. Mi sarei assicurato che avesse i migliori orgasmi della sua vita, e poi l’avrei lasciata con delicatezza.
Colpa della distanza. Oleg parcheggiò nel lotto sotterraneo dell'edificio di Ravil, di fronte al lago Michigan. Tutto il quartiere lo chiamava il Cremlino perché potevano viverci e lavorarci solo russi. Russi e la sua sposa americana. E ora anche la nuova fidanzata di Oleg, Story. Per un breve momento mi balenò il pensiero di chiedere alla mia schiava di trasferirsi a Chicago, di piazzarla al Cremlino in modo da poterla dominare ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.
Ma naturalmente non l’avrei mai fatto. Era un'attrice che cercava di emergere a Los Angeles. Convincerla a trasferirsi – e non ero nemmeno sicuro di riuscirci, anche se si dimostrava disposta a sottostare ai miei ordini – avrebbe potuto effettivamente porre fine ai suoi sogni. Ero un egoista del cazzo, certo, ma non uno stronzo così esagerato. Uscii e controllai il telefono. La mia valigia era già chiusa in auto. Se fossi montato in macchina subito e mi fossi fiondato dritto all'aeroporto, sarei arrivato in perfetto orario.
Ma c’era Ravil. L'ultima cosa di cui avevo bisogno era che il capo mi rompesse il culo. Non dopo tanto lavoro per rendermi indispensabile.
Bljad’. Seguii Nikolaj e Oleg fino all'ascensore, che presi per salire all'ultimo piano, dove condividevamo tutti l'attico del capo. Lui si trovava davanti alle gigantesche finestre, che andavano dal pavimento al soffitto e si affacciano sul lago, con in braccio Benjamin, il figlio di cinque mesi. Gli mormorava dolcemente qualcosa in russo.
Non era un buon momento per interromperlo.
Ma non avevo tempo da perdere.
Lo affiancai, sempre tranquillo e guardando il lago.
«Cos’è successo?» Ravil si rivolgeva a noi quasi sempre nella lingua del posto. Quando mi ero trasferito lì dalla Russia per unirmi alla sua cellula, non ne conoscevo una parola. Così fece in modo che imparassimo, vietandoci di parlare il russo finché non fossimo stati fluenti in quella americana.
«Niente. Ce ne siamo occupati noi.»
Mi posò addosso uno sguardo indagatore, ma non disse nulla. Ravil era mite. Di un freddo temperato. Dannatamente intelligente. Non era assolutamente un uomo da sottovalutare né infastidire. Ero fortunato che mi avesse offerto il posto quando avevo dovuto lasciare Mosca. Avevo cercato di imparare tutto quello che potevo da lui, di emulare i suoi modi. In superficie ero sempre un rozzo, ma mi facevo sempre più sofisticato ogni giorno.
Infilai le mani in tasca. Scusarmi, per me, non era facile. Non riuscivo a pensare all'ultima volta che l'avevo fatto, in realtà. Ma dovevo a Ravil assoluto rispetto.
«Avrei dovuto chiederti il permesso di lasciare la città» dissi, con lo sguardo rivolto verso il volto del suo angioletto mentre le palpebre del piccolo si chiudevano.
«Sì» concordò Ravil.
Cazzo. Nikolaj aveva ragione. Gli dovevo un favore enorme, per avermelo detto.
«Scusa.»
«Perdonato.» Lo disse facilmente, pur chiarendo che la trasgressione richiedeva il perdono.
Inspirai, ma senza saper bene come continuare.
Avrei dovuto chiedere un'autorizzazione tardiva? Forse sì, ma non riuscivo nemmeno a prendere in considerazione la possibilità di non andare. C’era una fetta di paradiso puro in mia attesa in California, di cui avevo intenzione di succhiare tutto il succo prima della rottura.
Stavo per dirgli che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio, ma nemmeno quello riuscii a promettere.
«Stai cercando di capire le cose.» Parlò lui per me.
Per qualche inspiegabile ragione, il mio cuore iniziò a palpitare.
Ravil aveva appena dato voce a quello che con me stesso fingevo di aver già deciso. Ma cosa c'era da capire? Kayla stava a Los Angeles. Io lì. E poi avevo in programma di tornare in Russia, una volta calmatesi le cose. Avevo risparmiato per avviare una mia impresa lì. Non tornare non era un'opzione valida: mia madre era lì tutta sola.
Ma aveva ragione: chiaramente non avevo ancora preso una decisione, altrimenti quel weekend non sarei partito. L’accordo mensile con Kayla era terminato la settimana precedente.
«Sì» concordai.
«Fammi sapere quando avrai capito.» Si girò e si allontanò, lasciandomi lì a sudare.
Cazzo. Un altro motivo per chiudere l’avventura con Kayla quel finesettimana. Eppure, mentre varcavo l’uscio per dirigermi all'aeroporto, ero quasi certo che non avrei chiuso un bel niente.

Kayla

Sorseggiavo champagne nella hall del Four Seasons di Beverly Hills, appena oltre le porte d'ingresso, in modo da esser vista da chiunque entrasse. Ero calata nel personaggio, interpretavo la mia parte, quindi trascurai la sensazione di non appartenere a quel posto. Quello era un luogo per ricchi e famosi, mentre io ero solo un’aspirante attrice del Wisconsin.
Non avevo ancora visto nessuno di famoso entrare, ma mi balenò in mente l’idea che gironzolare da quelle parti poteva essere una strategia per essere "scoperta".
Non si sa mai. O almeno così eravamo solite dire. Io, le mie coinquiline e tutte le altre attrici disoccupate a Los Angeles.
Mi squillò il telefono, che presi dalla borsa e rispondere quando vidi che si trattava della mia agente.
«Ciao, Lara.»
«Kayla, senti, cancella i programmi per questo finesettimana. Forse riesco a farti avere un'audizione. Ci sto lavorando.»
Questo finesettimana.
Cazzo.
Nei weekend ora appartenevo a Pavel. Ma qui si trattava della mia carriera. Doveva venire prima.
«Sì, va bene» le dissi senza fiato. «Per che cosa?»
«Una nuova serie televisiva diretta da Blake Ensign; penso che saresti perfetta per una delle parti. Ah, mi chiamano e devo rispondere. Ti chiamo presto.»
Lara attaccò nel suo tipico stile da agente importante, anche se non era così importante. Sicuramente non era l'agente degli attori di serie A. E nemmeno di quelli di serie B.
Altrimenti non sarebbe stata la mia, no?
Vabbè. Ero fortunata ad averne una. Più di quanto la maggior parte delle attrici potesse dire. Sospirai, rimisi il telefono nella borsa e sorseggiai un altro po’ di champagne per calmarmi i nervi. Pavel, il mio cattivo russo dominatore, l’indomani avrebbe capito, in caso di conferma dell’audizione. O almeno così credevo.
La verità era che poteva anche essere il mio dominatore, potevamo fare le cose più intime ogni strabiliante finesettimana, ma restavamo degli estranei. Avevo detto dominatore – non fidanzato – perché non c'era niente di simile a un "fidanzato" in Pavel, anche se probabilmente avevamo la stessa età. Non che lo sapessi con certezza, eh. C’erano un milione di cose che non sapevo di Pavel. Come quello che faceva per vivere. O ciò che lo aveva reso un sadico, se si potevano spiegare cose di quel tipo. Probabilmente no. Chissà cosa aveva reso me una sottomessa. Sapevo solo che mi accendeva più di tutto il sesso precedente al Black Light.
Solo il pensiero delle cose che mi avrebbe fatto quella sera mi fece scendere un brivido giù per la schiena. Indossavo un abito da cocktail nero, non abbastanza sinuoso né sexy quanto avrei voluto, ma aveva un colletto e una scollatura profonda che mi sembravano belli bollenti. Speravo che lo pensasse anche Pavel. Incrociai le gambe. Indossavo lussuose autoreggenti nere, del tipo dalla cucitura che correva su per la gamba e terminava con un piccolo fiocco di raso a pochi centimetri dal culo. Avevo cambiato look quindici volte nel tentativo di scegliere quello giusto, e non ero ancora sicura. Mi sentivo un po' una call-girl in attesa del suo john.
Cosa magari anche intrigante in termini cosplay, ma pure un po' troppo simile alla verità.
Non che Pavel mi pagasse. Il primo finesettimana in cui aveva preso un aereo per vedermi, il finesettimana dopo l’abbinamento al Black Light, l’esclusivo club sadomaso dove ci eravamo incontrati, aveva tirato fuori una manciata di banconote prima che ci separassimo.
«Non ti sto pagando» aveva detto nel suo accento sexy. Riusciva a essere severo e autoritario anche quando mi faceva un regalo. «Non pensarci neanche. Sono solo soldi perché non sarò in giro a portarti fuori il resto della settimana.»
Avevo sbattuto le palpebre solo due volte prima di prenderli, con tanto di bacio di Pavel alla tempia.
Riuscivo a malapena a tirare avanti come attrice di spot e piccoli ruoli che faceva promozioni alle feste per pagare l'affitto.
Mi sarebbe piaciuto fare la coraggiosa e l’orgogliosa e dirgli che non avevo bisogno dei suoi soldi, ma in realtà non ero quel tipo di persona. Ero sicuramente il tipo di sopravvissuta da "fa’ attenzione e sii socievole".
Il che significava che, quando arrivava, io l’aiuto lo accettavo.
Quando poi a casa avevo srotolato le banconote, ero rimasta scioccata nello scoprire che non era una mazzettina da venti dollari. Quelli erano pezzi da cento, nove per l'esattezza.
Aveva ripetuto il gesto nei tre finesettimana successivi che eravamo stati insieme, infilandomi grandi quantità di denaro nella borsa o mettendomele direttamente in mano.
«Non ti sto pagando» aveva detto severo con quel sexy accento russo, sfidandomi a contraddirlo.
Un fremito di eccitazione mi colpì come un fulmine nel momento in cui attraversò le porte di vetro.
Da quell’uomo si irradiava un potere che ne contraddiceva la giovinezza e i tatuaggi da uomo di strada. La barba ben tagliata adornava una mascella e un mento quadrati con una fossetta al centro. Sarebbe stato un tipico bellone di Hollywood, salvo per la distinta aria di pericolo che lo accompagnava. Più di una testa si girò per vedere chi stava arrivando.
Eravamo a Los Angeles, quindi c’erano personaggi famosi ovunque, specialmente al Four Seasons, e Pavel sembrava essere uno di loro.
Come sempre indossava abiti costosi, ma la button-down inamidata era aperta sulla gola, rivelando i tatuaggi che strisciavano su dal petto fino al collo. Era un duro della bratva in ogni centimetro. Portava con sé una valigetta che, per esperienza, io sapevo contenere i suoi strumenti di tortura. Cose che avrebbe usato per padroneggiarmi più e più volte per tutto il finesettimana.
Scivolai in avanti sul divano moderno, pronta ad alzarmi, ma lui scosse leggermente la testa e fece passare lo sguardo da me alla fila alla reception.
L'esplosione di farfalle nella pancia mi rese difficile pensare. Decifrarlo. Oltre a sollevare un dito per mezzo secondo, come a indicarmi di aspettare, non mi considerò. Mi superò per mettersi in fila alla reception. Una vampata di calore mi inondò le guance mentre mi sedevo, la spina dorsale dritta, le tette in fuori, in attesa del suo comando. Cercai di respingere il dolore del rifiuto.
Ma non era un rifiuto. Era una prova di obbedienza.
Quanto bene sapevo interpretare i suoi desideri? Quanto ero brava nella gratificazione ritardata? Stava prendendo le sue misure. Per forza.
Tutto ciò che quell'uomo diceva o faceva mi scatenava fluttuazioni interiori. Le sue parole erano comandi deliziosi e fantasiosi. Le sue espressioni tendevano a essere oscure, al limite di una leggera disapprovazione. Mi avrebbe fatto un cenno con un sopracciglio, lanciato uno sguardo di avvertimento. Interpretava il ruolo del padrone severo a pennello. Solo che non ero nemmeno sicura che fosse un ruolo. Tutte le nostre interazioni erano scene degne di un film, ma non credevo che il suo personaggio fosse molto lontano da chi era veramente.
Il problema era che non lo sapevo. A volte non ero nemmeno sicura di volerlo sapere. Stavamo interpretando le nostre fantasie l'uno con l'altra. Perché desiderare anche solo un briciolo di realtà nella cosa?
Un addetto dell'hotel gli portò un vassoio con dei bicchieri pieni di champagne. Lui scosse la testa, ma gli disse qualcosa e poi indicò me. Il dolore svanì. Mi cercava ancora, da bravo padrone. Mi venne offerto altro champagne, che accettai non perché lo volessi, ma perché me l’aveva mandato Pavel.
Fece il check-in e poi venne da me. Stavolta non provai ad alzarmi finché non fui sicura. Finché non tese la mano verso di me. Rimaneva freddo e impassibile. I lineamenti duri del suo volto non rivelavano espressione alcuna. Chissà se era felice di vedermi. Chissà se era contento o scontento del mio vestito o dell’obbedienza con cui avevo aspettato. Posai lo champagne. Non ne avevo più bisogno: un drink era più che sufficiente, per un peso piuma come me.
La mia mano si saldò con la sua quando mi aiutò ad alzarmi. Non disse una parola. Nessun bacio. Neanche un come stai? o ti trovo bene. Niente. Tutto mero business.
Lasciò cadere la valigetta sopra alla mia, mi prese di nuovo per mano e mi condusse verso gli ascensori, trascinando entrambe le valigie con la mano libera. Le farfalle si fecero uragano, una spirale dal volo frenetico.
Non lo capivo, e il mio bisogno di compiacere – di giocare bere al giochino – mi teneva sul filo del rasoio.
Entrammo nell'ascensore e le porte si chiusero. Nel momento in cui rimanemmo soli, Pavel si voltò verso di me. Mi avvolse una mano tra i capelli, mi piazzò l'altra sul culo e mi spinse contro il muro dell'ascensore. La sua bocca scese sulla mia in un bacio esigente.
L’erezione mi spingeva contro alla pancia e la lingua mi travolse la bocca. Il sollievo si riversò dentro di me. Non era scontento affatto. Mi voleva. Gli avvolsi le braccia intorno al collo e lo baciai, avvolgendogli una gamba intorno per avvicinarlo.
Ci baciammo come se il mondo stesse per finire. Come se senza divorarci la bocca l'un l'altra, non avremmo mai più visto la luce del giorno. Era passata solo una settimana dall’ultima volta che ci eravamo visti, e sembrava tanto ieri quanto un’infinità di tempo.
L'ascensore trillò e Pavel mi prese per mano, conducendomi fuori senza guardarmi, manovrando sapientemente le nostre valigie accatastate lungo il corridoio fino a una porta che aprì con la chiave magnetica.
Non aveva ancora parlato. Probabilmente neanch’io, perché stavo aspettando che lui guidasse. Era lui il padrone. Io la schiava. O almeno a quello giocavamo da poco più di un mese prima, quando ci eravamo conosciuti. Chiuse la porta con un calcio e riprese il bacio con la stessa ferocia di quando lo aveva interrotto. Il sedere mi andò a sbattere contro al muro. Le linee dure del suo corpo si modellarono contro il mio, richiedendo la mia resa. E io mi arresi. A lui. Alla sua abilità. Al suo dominio, al suo comando. Mi prese la coscia e la sollevò, trovando la fascia superiore delle autoreggenti.
«Sexy» mi disse in un alito di fiato contro alle labbra. Molto appropriata, come prima parola. Mi accarezzò il culo, il palmo della mano scivolò sotto l'orlo del vestito.
«Cazzo, se sei sexy.»
Ecco. Ciò che speravo. Perché mi ero cambiata i vestiti più di una dozzina di volte. Mi baciò il collo mentre mi palpeggiava la figa come se la possedesse. Cosa verissima. Con il mio consenso, ovviamente. Come sempre, ero cera morbida nelle sue mani, tremante, pronta, in attesa del suo comando.
Che non mi diede. Si limitò a prendere. Mi fece scivolare le dita dentro le mutandine e mi accarezzò la fessura.
«Sei già bagnata.» La sua barba ben tagliata mi solleticava l'orecchio. Il suo accento russo era marcato: diventava sempre più forte, quando era su di giri. «Sei una brava ragazza. Pronta a prendere il cazzo nel momento in cui io decido di dartelo.»
Un brivido di piacere mi attraversò alle parole sporche, e mi nutrii delle sue lodi, anche se il fatto di essere pronta non era cosa su cui avevo controllo.
«Sì, signore» ansimai.
«Ho bisogno di entrarti dentro, fiorellino» disse burbero, sbrigandosi a liberare l’erezione.
Fiorellino. Adoravo il nomignolo che mi aveva dato. L’aveva scelto perché mi riteneva un fiore troppo delicato. Troppo facile da schiacciare. Eravamo stati accoppiati da un giro di ruota della roulette del Black Light, e secondo me era rimasto deluso dalla scelta del caso. Ma quando aveva scoperto che accoglievo tutto ciò che aveva da offrire – dolore e umiliazione allo stesso modo – il suo disprezzo per me si era lentamente trasformato in apprezzamento. Dopo che mi aveva spezzata, quando mi ero umiliata andando fuori di testa in una pozza di singhiozzi a causa del sub-drop, aveva dichiarato che gli appartenevo.
Era successo cinque settimane prima.
Non lo aiutai, perché il mio compito era sottomettermi. Era lui a condurre.
Mi scostò le mutandine e allineò la cappella al il mio ingresso, piegando le ginocchia per abbassarsi alla mia altezza. Non usavamo il preservativo perché io prendevo la pillola, eravamo monogami e avevamo fatto entrambi il test, risultato negativo. Quando si spinse dentro e verso l’alto, mi sollevò fino a farmi salire sulle punte dei piedi, facendomi scivolare i fianchi su per il muro. Gridai, stringendogli i bicipiti sporgenti per rimanere stabile.
«Di chi è questa figa?» Le dita di Pavel erano ruvide sul mio culo mentre mi aiutava a sollevarmi alla giusta altezza per inchiodarmi contro il muro.
«Tua, padrone!»
Spinse forte e veloce. La schiena mi sbatté contro il muro. Brutale, spaventoso e meraviglioso. Sollevai l'altra gamba per avvolgergli la vita, e lui si insinuò in me, spingendo dentro con ogni potente scatto dei fianchi. I suoi denti mi segnarono il collo, che succhiava e mordeva mentre mi martellava.
Ascoltai l'accelerazione del suo respiro. Sarei venuta nel momento in cui lo avesse fatto anche lui, se me lo avesse permesso. Non ci pensai né ci provai nemmeno: era come se il mio corpo conoscesse il suo padrone. Come se volesse unirsi a lui nel rilascio.
I colpi di Pavel diventarono più duri, mi spingeva il corpo più in alto sul muro. Mi sfuggì un grido bisognoso.
Il suo respiro si sbloccò e lui sbatté in profondità. «Vieni.» Il comando gli uscì soffocato e gutturale: parlava al di sopra del suo stesso orgasmo.
Rinunciai a ogni sforzo di trattenere la contrazione dei muscoli attorno al cazzo.
Non c'era nient'altro che il suono del suo respiro affannoso e la sensazione del cazzo che pulsava dentro di me.
Pavel mi baciò la tempia, lo zigomo, il naso. Erano quelli i momenti che assaporavo. Quando ero sicura di aver ottenuto la sua approvazione. Quando era grato, gentile e generoso di un affetto che altrimenti tratteneva. «Ne avevo bisogno.» Mi strinse il culo e mi baciò il collo. «Non riuscivo nemmeno a guardarti con quel vestitino, quando sono entrato. Sapevo che sarei andato alla reception con l’erezione più evidente del mondo.»
«Ah, era per questo.» Risi quasi dal sollievo. «Pensavo che stessi mettendo in atto un giochetto mentale per spiazzarmi.»
Pavel si tirò indietro, si allontanò da me e mi studiò il viso. Sfilò il cazzo e mi aggiustò l’abito. «Ho ferito i tuoi sentimenti.»
Feci spallucce. Era bravissimo a leggermi dentro quando cercava una risposta, ma alle volte non aveva idea di cosa chiedere.
La mia amica Sasha, che ci aveva messi in contatto, credeva che io fossi la prima e unica ragazza che avesse mai avuto.
E non mi consideravo nemmeno la sua ragazza.
Quello che avevamo era altro.
Annuii e lui mi accarezzò la guancia con il pollice.
«Mi piace trasmettere dolore fisico, non emotivo, Kayla. Non faccio giochetti mentali. Non voglio destabilizzarti: voglio che tu sia sicura di me. Altrimenti, con questo tuo bel corpicino sexy, come farai a fidarti di me?»
I battiti nella pancia piombarono una volta e poi si assestarono.
Pavel mi tenne la mascella e posò le labbra sopra le mie. «Scusa, fiorellino. Sono un cazzo di egoista. Non intendevo ferirti.» Mi baciò tanto dolcemente da farmi quasi piangere. Tutto il contrario dei baci duri e rivendicativi dell'ascensore. Tutto diverso. «Grazie di avermelo detto. Non ti lascerò più in sospeso.»
Tutto nel mio petto divenne caldo e appiccicoso. Funzionava sempre così con Pavel. Ero al limite, un pasticcio tremante e volatile, bramosa della sua attenzione, morente dal desiderio di una conferma, e poi quando me la dava mi alzavo in volo come un aquilone.
Le mie coinquiline pensavano che non fossi normale, ma non capivano il sadomaso. Pavel era la cosa più eccitante che mi fosse mai capitata.

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