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La bratva di Chicago Libro 8

Autore
Renee Rose
Letto da
16,3K
Capitoli
17
Autore
Renee Rose
Letto da
16,3K
Capitoli
17
😱Thriller🌼Vergini💍Matrimonio combinato🎭Drammatico🏙️Contemporaneo💪🏻Protettore💰Miliardari💪🏻Maschi alfa💪Donne forti🥵Erotica🖤Dark🔫Mafia🔒Vicinanza forzata

Chi la fa, l'aspetti. Flynn Taylor, idolo del rock 'n' roll, gioca sempre d'azzardo con i sentimenti. Ogni sera è con una ragazza diversa. Sì, ragazze al plurale. Sul punto di diventare non solo un fenomeno di Chicago ma un'icona americana, è tutto ciò che dovrei evitare. Eppure, forse non ha importanza. Sono così danneggiata da non essere nemmeno capace di una relazione. Lui potrebbe essere l'antidoto perfetto. La tentazione di cui ho bisogno per tornare tra i vivi. Potrebbe aiutarmi a superare il mio trauma. A tentare l'intimità fisica. Se andasse male... nessun danno, nessun problema, no? Se solo riuscissi a evitare che mio fratello, iperprotettivo membro della bratva, minacci di ucciderlo anche solo se la sfiora...

Capitolo uno

Adrian

Dai, detka. Sto aspettando.
Mi appoggiai a un muro di mattoni, rivolto all'ingresso dell'appartamento di fronte dove viveva il mio obiettivo, Kateryna Poval. La pioggia incessante di Liverpool si era fermata per il momento, ma la nebbia si annidava vicino ai marciapiedi, oscurandomi di tanto in tanto la vista. Una ragazza che corrispondeva alla descrizione uscì dall'appartamento, ma non poteva essere lei. Sembrava troppo giovane. I lunghi capelli scuri erano stretti in due trecce, e indossava un'uniforme scolastica: calzini alti al ginocchio con gonna corta e plissettata e camicetta bianca...
Eh. Un attimo. Forse non era così giovane come pensavo. La camicetta era legata sotto il seno per scoprire la pancia piatta, e la scollatura era troppo profonda per un'uniforme scolastica: esponeva tra l’altro delle tette piuttosto impressionanti. E non indossava né giacca o né cravattino. Inoltre la gonna era troppo corta.
Tra l’altro, erano le ventidue.
Quindi non era una studentessa in uniforme, era il mio obiettivo con indosso una specie di costume. Aveva uno zainetto sulle spalle per completare il look da studentessa, anche se era più simile a una borsa che a qualsiasi cosa potesse contenere libri o quaderni.
Perché non indossava una fottuta giacca? Non si gelava come a Chicago o in Russia, ma l'Inghilterra era ancora fredda a gennaio, per amor di Dio. Non sapevo che cazzo me ne fregava, ma mi dava fastidio.
Rimasi nell'ombra a seguire la giovane sul lato opposto della strada. Era stato quasi impossibile ottenere foto di Kateryna – non era presente su nessun social media, il che era inaudito per una ventenne – ma il nostro hacker era entrato nei suoi registri scolastici per recuperare una foto più vecchia.
La figlia di Leon Poval era andata in un collegio dove era stata iscritta con il cognome Kovalenko, ma aveva completato il liceo due anni prima. Ora frequentava una piccola scuola d'arte lì, il che era strano. Sicuramente ne avevano anche in Ucraina. Forse Poval pensava che fosse più al sicuro nascosta in Inghilterra.
Non me ne fregava un cazzo, l’importante era che fosse viva e potesse essere usata come leva contro di lui.
La seguii fino alla fermata dell'autobus, dove si appollaiò sullo schienale di una panca di cemento, i piedi – che calzavano delle zeppe – sul sedile. Si scostò una delle trecce scure dalla spalla e fece un palloncino con la gomma. Non riuscivo a capire se fosse davvero un'insolente adolescente troppo cresciuta o se invece avesse una sorta di feticcio legato alla scuola. Mi ricordai che nella moda giapponese c’era una tendenza legata alle uniformi scolastiche sexy, forse era quello il suo pallino. O magari era una spogliarellista? Mi sembrava di ricordare che Pavel mi aveva detto che il look da studentessa era popolare tra le spogliarelliste. O nei sotterranei sadomaso che aveva frequentato? Cazzo, non lo sapevo. Non uscivo molto, vista la fragile condizione di mia sorella.
Tirai fuori il telefono e studiai la foto che mi aveva inviato Dima per paragonarla alla giovane donna alla fermata dell'autobus.
La ragazza della foto combaciava perfettamente. Nella foto era di qualche anno più giovane, indossava un'uniforme più conservatrice con giacca e cravattino e appariva tanto innocente e giovane quanto quell’altra versione sfacciata.
L'autobus si avvicinò e io attraversai la strada, rimanendo indietro fino a quando lei non salì a bordo, poi montai e scivolai su un sedile della parte anteriore.
Tirai giù sulla fronte il berretto di maglia che indossavo. Lei era dietro di me, ma potevo vederne il riflesso sul parabrezza.
Portava un sottile cerchietto d’oro al naso. Si mise gli auricolari nelle orecchie e scorse qualcosa sul suo telefono. Non mi aveva notato, il che era positivo perché non avevo intenzione di prenderla quella sera.
La nave mercantile che avevo organizzato per trasportarla negli Stati Uniti non avrebbe attraccato che di lì a qualche giorno. La stavo solo tenendo d'occhio, al momento. Probabilmente non la mia mossa più intelligente, visto che non ero pratico di discrezione quando si trattava di stalkerare. Non volevo che si accorgesse di me. Ma non volevo nemmeno perderla di vista. Cercavo suo padre da oltre un anno. Da quando mi era sfuggito dopo che avevo bruciato la sua tana di schiave del sesso travestita da fabbrica di divani.
Quando Dima, mio fratello bratva e miglior hacker russo, mi aveva detto di aver scoperto che Poval aveva una figlia, avevo dovuto cogliere l'occasione.
Non le avrei fatto del male.
Al contrario di quanto Poval aveva fatto con Nadja.
Ma era dannatamente certo che glielo avrei fatto credere. Volevo che soffrisse, volevo mettere in atto ogni trauma e fino all’ultima umiliazione che lui aveva inflitto a mia sorella. L'autobus si fermò un paio di volte e poi Kateryna scese. Aspettai qualche istante, fino alla chiusura delle porte, poi mi diressi verso l’uscita, facendo imprecare l'autista, che spalancò di nuovo le porte. Scivolai fuori senza farmi vedere e la seguii a distanza. Eravamo in una zona industriale e in costruzione della città, ma c’erano auto parcheggiate ovunque. Qualcosa stava sicuramente accadendo. Una festa in un magazzino. O forse facevano ancora i rave a Liverpool. Ad ogni modo, dovevo entrare se non volevo perdere le sue tracce. Il posto sembrava pieno.
La guardai bussare alla porta. Quando si aprì, la musica risuonò dall’interno e un ragazzone che sembrava una specie di buttafuori la fece entrare. Aspettai sessanta secondi poi la seguii. «Parola d’ordine?» chiese il tizio all’ingresso.
Tirai fuori dalla tasca una banconota da cinquanta sterline e la misi sul palmo del ragazzo. «Grazie mille» dissi, desiderando che il mio accento russo non fosse così dannatamente forte. Almeno i tatuaggi che avevo sulle nocche non mi ostacolavano, con uno come quello.
Mi diede una controllata. «Hai degli amici dentro?»
Cazzo.
«Sì» dissi, il cervello in agitazione. «Sono amico di Kateryna. Hai presente la ragazza ucraina? È vestita da studentessa.» Forse, se fossi stato fortunato, avrebbe preso il mio accento per ucraino.
Funzionò. Aprì la porta. «Kat è appena arrivata.» Indicò l’interno con la testa. Sperai che l’aver fatto il suo nome non mi si ritorcesse contro. Avrei fatto meglio a inventare qualcos'altro. Vabbè, ormai era troppo tardi.
Entrai nel magazzino dalle luci basse. Era illuminato con luci colorate come una discoteca e dai grandi altoparlanti rimbombava la musica. C'era un dj che suonava nell'angolo e bei mobili da salotto intorno alle pareti della stanza. Il posto era pieno di corpi che saltavano e ondulano a ritmo. Era sicuramente un rave. Kateryna – o almeno immaginavo che Kat fosse lì – non si vedeva da nessuna parte, ma il suo aspetto si adattava perfettamente a quello delle altre ragazze poco vestite.
La buona notizia era che potevo confondermi nella folla. La cattiva era che non avevo idea di dove fosse scomparso il mio obiettivo. Infilai le mani nelle tasche della giacca e mi feci strada casualmente tra la folla, muovendo la testa a ritmo come se fossi andato lì solo per la musica.
Non fu affatto difficile trovare Kateryna perché si era arrampicata su una grande cassa di legno e faceva ondeggiare i fianchi a tempo, invitando ogni mudak sotto di lei a guardare verso quella sua gonna corta del cazzo.
Cosa che non era un mio problema, ovviamente. Eppure serrai i pugni nelle tasche pensando alle cose brutte che le sarebbero potute accadere. Era venuta da sola, il che era piuttosto strano, cazzo. Le ragazze si muovevano sempre in branco. E ora stava attirando ogni tipo di attenzione maschile.
Oh, merda. Distolsi lo sguardo in seguito a un breve contatto visivo. Facendo un passo indietro, mi mossi lungo il muro e tirai fuori il telefono, fingendo di mandare messaggi a qualcuno.
«Ciao.» Una voce femminile attirò la mia attenzione nello stesso momento in cui la persona che aveva parlato mi tirò la manica.
Ma davvero?
Ero stato beccato.
Kat si trovava di fronte a me, un sorriso ampio e sfacciato che mostrava la dentatura più dritta e bianca che avessi mai visto. Mi guardò da sotto la frangia scura, e scoprii che i suoi occhi erano di una sorprendente tonalità di blu elettrico. Non aveva ombretto sulle palpebre, ma lo spesso eyeliner nero che si estendeva oltre gli angoli esterni dei suoi occhi accentuava il colore chiaro delle iridi.
Non le risposi perché... cazzo. Non avrei dovuto permettere che mi vedesse, tanto per cominciare. Potevo anche essere un pulitore decente, ma ero un pedinatore tremendo.
Mi teneva ancora la manica, fece scivolare la mano verso il basso per chiudere le dita intorno al mio pugno. «Bei tatuaggi. È russo, giusto?» Si avvicinò le nocche al viso per esaminare le lettere cirilliche che erano l'acronimo della mia cellula bratva. Le sue mani erano piccole, il tocco morbido.
Tirai indietro la mano e la guardai male, cercando di convincerla ad andarsene. Anche se immaginavo che fosse troppo tardi. Mi aveva visto. Non avrebbe dimenticato la mia faccia ormai.
«Da.»
Il suo sorriso si aprì. «Sono ucraina. Mi chiamo Kat.» Tese la mano per stringere la mia. Quando non mi mossi, lei afferrò la mia e la agitò.
Bože moj, quella ragazza aveva un istinto terribile. Non riusciva a capire che ero un problema? Ero letteralmente venuto a rovinarle la vita. Avevo un un’espressione cupa. Non sembravo un bravo ragazzo. Non ero particolarmente socievole neanche prima che suo padre distruggesse mia sorella… ma adesso ero fottutamente letale. Stava toccando i tatuaggi che lo dimostravano.
Il suo scarso giudizio doveva essere il motivo per cui il padre l'aveva segregata in Inghilterra. Restava comunque incredibile che non fosse ancora stata fatta a pezzi.
Mi costrinsi a fingere di essere a mio agio in quel posto. Di essere semplicemente un altro frequentatore di feste. Inarcai un sopracciglio e scrutai il suo vestito. «Sei abbastanza grande per essere qui?»
Fece schioccare la gomma. «Tu che ne pensi?»
«Io penso che dovresti tornare a casa prima che tuo padre scopra che sei scappata dalla finestra quando il giorno dopo hai scuola.» Il suo sorriso si affievolì. Chissà se perché avevo menzionato suo padre o per il seguito. Mi fece il dito medio e alla fine se ne andò; le si alzò la gonna quando si girò, dandomi un assaggio delle caste mutandine di cotone bianco della nonna. Ma che cazzo.
La guardai andarsene mentre cercavo di capire cosa fosse appena successo. Kateryna Poval non era affatto come mi aspettavo. Me l’ero immaginata viziata, certo. Magari protetta e ingenua. Probabilmente ero preparato all’eventualità che fosse fragile e dolce. Un fiore delicato che avrei schiacciato e sporcato per arrivare a suo padre.
Ok, che avrei finto di schiacciare e sporcare. Non ero un mostro come Poval. Non profanavo né distruggevo le ragazze per profitto o piacere. Non mi aspettavo una selvaggia ragazzina iper-sessualizzata che correva per Liverpool per andare a mettersi nei guai. Ma forse era così che appariva una principessa del crimine viziata come lei.
Probabilmente mi stava semplificando il lavoro. Non ero sicuro di aver lo stomaco di spaventare una ragazza innocente. Quella lì non sembrava sapere quando era il momento di avere paura, e certamente non sembrava innocente.
Kateryna Poval era una bomba a orologeria.
E io quello che gliel’avrebbe fatta esplodere addosso.

Kat

Ma che stronzo. Uno stronzo sexy, ma comunque uno stronzo. Perché ero sempre attratta dai cretini?
Ah, già: problemi con la figura paterna. Questo almeno era ciò che la Delaney, la mia psicoterapeuta, sembrava pensare.
Mi aveva detto che avrei continuato a comportarmi male, a ribellarmi e a cercare l'attenzione del tipo sbagliato di uomo fino a quando non sarei stata disposta a impegnarmi per guarire le ferite inflitte da mio padre.
Ma la possibilità che mi impegnassi in qualcosa che riguardava mio padre ci sarebbe stata solo quando l'inferno si fosse ghiacciato.
E poi volevo intenzionalmente comportarmi male, ribellarmi e cercare l'attenzione del tipo sbagliato di uomo. Segretamente desideravo essere controllata e punita. Avevo la sensazione che la terapeuta giudicasse i miei gusti sessuali.
Odiando il modo in cui quel ragazzo mi aveva fatta sentire inadeguata, mi immaginai come un pezzo di argilla sul tornio e individuai il mio centro esatto mentre mi dirigevo verso i bagni sul retro del magazzino. C'era una lunga coda, quindi presi il mio posto nella folla di ragazze.
«Ehi, bella» disse afferrandomi il braccio Shellee, una festaiola, mentre usciva dal bagno. Era già in preda all'ecstasy; le pupille erano grandi quasi quanto le iridi. Era completamente innamorata di me in quel momento, perché era completamente innamorata di tutto in quel momento. «Hai un assorbente?»
«Certo che sì.» Tolsi lo zaino da una spalla per rovistarci dentro e recuperare l’assorbente, che le consegnai. Afferrò quello e la mia mano e mi accarezzò la guancia con la mano libera. «Grazie mille» disse con enfasi. «Ti voglio bene. Sono felicissima che tu sia qui. Sei fantastica, lo sai?»
In realtà non eravamo amiche. Solo conoscenti. Onestamente non avevo delle vere amiche. Ero troppo sopra le righe per la maggior parte di loro. Troppo popolare tra i ragazzi. Troppo sessuale. Troppo ricca, anche per le ragazze del collegio.
Inoltre, ero diversa.
Non ero inglese. Le attività di mio padre non erano legittime. Avevo capito già dal giorno in cui ero arrivata a Liverpool che non mi sarei mai adattata e che tanto valeva smettere di provarci.
Delaney diceva che era per questo che cercavo intense esperienze sessuali: stavo riempiendo un vuoto creato dalla mancanza di amicizie significative. Io pensavo di essere solo stravagante. Era così sbagliato?
«Anche tu» risposi. «Vieni, mettiti in fila con me, così puoi tornare dentro.» La tirai davanti a me. Si girò e ricominciò ad accarezzarmi, giocherellando con una treccia mentre sorrideva sognante nella mia direzione.
«Ti diverti?»
«Tantissimo.» Strizzò gli occhi verso di me. «Vuoi dell’ecstasy?»
«No. Non posso. Domani ho l’esame di storia.»
«Oh mio Dio!» Spalancò gli occhi con esagerata sorpresa. «Perché sei venuta?» Mi tirò la treccia. «Scherzo.» La spinta giocosa mi fece inciampare sulle zeppe. «Sono contenta che tu sia venuta. Sono sempre contenta quando ti vedo. Sei la migliore.»
Non ero nemmeno sicura che conoscesse il mio nome, ma andava bene così. Non mi facevo illusioni sulla sceneggiata. Quello non era un posto in cui si creavano relazioni durature e significative. Ecco perché mi piaceva.
Ero venuta a premiarmi per aver studiato tutto il giorno per l’esame. L’accordo con mio padre che mi consentiva di rimanere in Inghilterra per il college prevedeva che mantenessi la media del sette, l'equivalente britannico delle A. Considerando che avevo preso quattro e alcuni tre al liceo, era piuttosto alta. Ma non c'era nessuna cavolo di possibilità che tornassi a casa. Soprattutto visto che finalmente avevo trovato qualcosa che mi piaceva.
Insomma, oltre ai rave party e al sesso stravagante, che secondo Delaney erano un'estensione dei miei problemi con papà.
Nell’ultimo trimestre del liceo era arrivata una nuova insegnante d'arte, la signora Banff. Aveva fatto comprare un tornio alla scuola e ci aveva insegnato a lavorare la ceramica. Supponevo che fosse un altro modo di fare il dito medio a mio padre – di dimostrargli che ero davvero l'inutile, senza cervello, lo spreco di spazio che apparentemente pensava che io fossi – ma avevo deciso di diventare una ceramista. Me ne ero totalmente innamorata.
Mi piaceva la sensazione dell'argilla tra le mani. La rotazione del tornio. Il modo in cui una ciotola prendeva forma e collassava con il tocco di un dito. Quindi ora avrei fatto qualsiasi cosa per rimanere in Inghilterra e continuare a studiare arte. Desideravo ardentemente il tornio della ceramica tanto quanto desideravo le feste. O un ragazzo grosso e muscoloso che si arrabbiava e non manifestava mai interesse.
Finalmente arrivò il mio turno di usare il bagno, e quando uscii Shellee era già scomparsa. Il che andava bene, dal momento che comunque non ero venuta per vedere lei.
Non ero sicura del motivo per cui ero venuta, in realtà. Era più una dipendenza che altro. Desideravo ardentemente la sensualità del luogo. Mi piaceva vestirmi e sentirmi sexy e magari entrare in contatto con un ragazzo sexy.
Preferibilmente uno a cui piacesse un po’ di perversione. Adoravo l’idea di un ragazzo grosso e brutale che mi costringesse e soffocasse. O sculacciasse. O legasse. Ero un po’ sadomaso nel profondo, e il rilascio di endorfine e il brivido che ottenevo nel mettere in pratica le mie fantasie era quello di cui avevo bisogno per superare la settimana.
Dovevo essere onesta, però. Quel ragazzo grosso e brutale in realtà non esisteva. O almeno, quando ne trovavo uno, aveva sempre quella componente di pericolo che davvero non avrei dovuto provare. Eppure la provavo, sì.
Uscii dal bagno. Il magazzino ora era pieno di gente. Probabilmente più di quanto un club legittimo consentirebbe per via delle norme antincendio.
Assorbii l'energia come una droga. In cerca di guai, salii di nuovo su una piattaforma. Mi mossi e saltai a tempo di musica, scrutando la folla. Vidi il russo contro un muro che mi guardava. Aveva i capelli scuri, gli occhi castani e quella che sembrava un’espressione cupa permanente.
Perché comportarsi tanto da cazzone se era interessato? Potevo giurare che fosse interessato prima, motivo per cui ero andata da lui. Aveva l’atteggiamento giusto. Era sicuramente il mio tipo. Scontroso. Ruvido. Tatuaggi che probabilmente significavano che aveva fatto cose cattive. Spalle larghe. Difficile dirlo sotto la giacca di pelle, ma sembravano belle muscolose. Ero sicura che sapeva assestare sculacciate tali da farmi bagnare le mutandine. L’avevo inquadrato come un sadico totale.
Forse mi ero sbagliata.
Non che fossi tanto brava a scegliere quelli giusti. Avevo infilato una mezza dozzina di fallimenti solo negli ultimi tre mesi.
Tenni lo sguardo sul mio russo mentre ballavo, ma lui distolse lo sguardo con il broncio. Sapevo che sentiva il mio sguardo. Ero convinta che distogliesse il suo di proposito. Era vero che un uomo sfuggente portava una ragazza a volerci provare ancora? Mi controllai le tette, la quarta che avevo all'età di dodici anni. Erano perfettamente in mostra dalla camicetta. Avevo sicuramente un aspetto sexy. Non aveva motivo di non rispondere. A meno che non fosse venuto per un’altra. Ma allora perché continuava a guardarmi?
Ecco. Mi aveva guardata di nuovo.
Mi girai per mostrargli il culo mentre roteavo lentamente verso il pavimento e mi rialzavo.
«Kat!» Un ragazzo mi chiamò da sotto il cubo.
Oh, fantastico. David, uno dei miei errori del passato. Gli mandai un bacio ma continuai a ballare.
Mi afferrò la caviglia, costringendomi a smettere di ballare per non perdere l'equilibrio.
Sì, era quello il motivo per cui era stato un errore. Avevo confuso il suo atteggiamento irrispettoso per dominio. La verità era che si trattava più che altro di un bullo.
«Vieni qui!» Mi raggiunse.
«No, sono a posto così» dissi. Solo perché siamo stati insieme una volta non significa che io sia il tuo porto sicuro, bello mio.
Mi sventolò sotto il naso una bustina. «Vuoi sballarti?»
Scossi di nuovo la testa. «No, grazie. Domani ho un test.»
Di certo non avrebbe recuperato punti con me per avermi offerto droga gratis. Non avrei fatto di nuovo la scema con lui nemmeno da non sobria. Era superficiale e pensava solo a sé stesso. Bleah.
Lui fece spallucce e proseguì, e io continuai a ballare. Fui raggiunta sulla piattaforma da altri ragazzi che ballavano sempre più vicini fino a quando uno non mi piazzò una mano sulla vita e attaccò i fianchi al mio culo per sfregarsi contro di me. Lo lasciai fare, perché mi faceva sentire bene. Ero venuta per ottenere attenzioni maschili, e eccole lì. Un altro si mosse verso la parte anteriore, quindi mi ritrovai stretta tra di loro.
Il ragazzo che si trovava dietro mi piazzò la mano sul seno sinistro. Non era completamente inesperto. Trovò il capezzolo e lo pizzicò attraverso camicetta e push-up. Spinsi il culo indietro e poggiai la testa contro la sua spalla.
«Mi piace il tuo vestito» gridò il primo sopra la musica. Non era una cosa particolarmente stupida da dire, ma avrei preferito che tenesse la bocca chiusa. Stavo cercando di vivere una fantasia io, e i commenti insensati mi svegliavano.
Il ragazzo che si trovava dietro di me fece scivolare una mano lungo la parte anteriore della mia coscia e mi strinse i muscoli delle gambe.
Non ero mai stata con due ragazzi contemporaneamente, ma a quei rave capitavano le orge.
Tutti provavano amore e non volevano che trasmetterlo. Il problema era che di solito c’erano un sacco di palpeggiamenti ma non si arrivava al dunque. L'ecstasy rendeva le persone troppo beate per avere voglia di arrivare al culmine. Un altro motivo per cui evitavo farmaci e droghe, fatta eccezione per una compressa gommosa di CBD di tanto in tanto, quando non riuscivo a dormire. Ero alla ricerca di una scarica di endorfine diversa.
«Quanti anni hai?» chiese quello di fronte a me.
Probabilmente voleva assicurarsi di non finire in prigione o qualcosa del genere.
«Venti.» Non mi sentivo una ventenne. Mi sentivo una trentenne, perché ero lontana da casa da tantissimo tempo. E anche una tredicenne, l'età che avevo quando mio padre mi aveva mandata via.
Mi aveva beccata a uscire con un ragazzo e aveva deciso che dovevo essere mandata in un collegio di sole ragazze.
Come se quello potesse tenermi fuori dai guai. Aveva solo cementato il mio desiderio di fare la cattiva.
Vuoi fare la cattiva, Kat, o in realtà desideri qualcuno che ti dica che sei buona?
Ecco quello che mi aveva chiesto Delaney l'ultima volta che avevamo discusso dei rave.
«Non mi dispiacerebbe che un ragazzo mi dicesse brava quando gli obbedisco» le avevo risposto io.
«Bene.» Il ragazzo annuì con sguardo malizioso. Ballammo per un po', ma le cose non si intensificarono molto. Le persone perdevano la concentrazione con l’ecstasy.
«Faccio una pausa» dissi ai ragazzi dopo un po' perché mi stava venendo caldo, mi annoiavo e avevo sete. Saltarono immediatamente giù dalla piattaforma e mi seguirono al bar improvvisato, dove tre tipi con berretti e orecchini vendevano bevande energetiche e acqua. Comprai dell’acqua, aprii la bottiglia e mi girai per scoprire che i miei due ammiratori erano ancora lì, instancabili.
Bah. Avevo finito con loro, speravo in qualcosa di un po' più interessante.
Feci vagare lo sguardo, di nuovo alla ricerca del russo. Chissà perché ero così ossessionata da lui. Forse perché mi aveva rifiutata. Perché andavo sempre a cercarmi quelli che mi rifiutavano?
Entrambi i ragazzi mi presero per mano, trascinandomi in un angolo buio. Non mi andava, ma non ero nemmeno completamente pronta a rinunciare. Insomma, meglio valutare cos’avevano da offrire.
«Che fate?» David ci tagliò la strada con un sorriso gigante. «Sembra molto divertente.» Ok, avevo finito.
«Sì, non saprei» cercai di scrollarmi di dosso i due ragazzi che mi tenevano per mano.
«Hai bisogno di qualcosa che ti sollevi l'umore» disse David, tirando fuori di nuovo il sacchetto di pillole.
«Posso averne una?» disse il ragazzo alla mia destra.
«No. È per lei.» David estrasse la pillola e, prima ancora che me ne accorgessi, me la aprì tra i denti.
«Ehi!» Cercai di sputarla, ma David rise e mi batté una mano sulla bocca.
«Aspetta, aspetta, aspetta. Basta ingoiarla, Kat. Sarà divertente.»
Mi ribellai, ma gli altri non mi aiutarono; mi affiancarono per tenermi ferma in modo che David mi tenesse la mano sulla bocca. Ora ero incazzata e, dannazione, avevo già ingoiato la stupida pillola! Che cazzoni.
«Ecco, beviti l’acqua, Kat.» David prese la mia bottiglia e me la portò alla bocca. Mi stavo ancora divincolando solo per togliermi di dosso le mani di tutti.
Mentre mi agitavo, sentii un forte rumore di ossa e poi David cadde. Lo guardai, ora disteso sul pavimento di cemento sporco. Ero stata io?
E poi capii. Perché c’erano un metro e ottanta di russo incazzato di fronte a noi. Mostrò i denti in un ringhio, e gelò con lo sguardo i due accanto a me. «Sparite.» Se ne andarono. Svanirono così velocemente da far quasi pensare che ci fosse un incendio. Aprii la bocca, in procinto di protestare e dire che non avevo nessun bisogno di aiuto, quando il russo mi gettò in spalla e uscì dal magazzino.

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