
La vita non è un gioco
Charlotte conduce una doppia vita. Online, è Mars: gamer, stratega esperta e uno dei ragazzi. Nella vita reale, è troppo timida per pronunciare una sola parola. Nella sua squadra, è infallibile. A scuola, è una stramba. Ma un trasferimento attraverso il paese le dà la possibilità di reinventarsi, finché una fatale collisione con l'affascinante fratello della sua nuova amica non sconvolge il suo mondo. Avrà il coraggio di uscire con TJ, il campione di football? O dovrebbe rimanere fedele al suo amore online, Tony, anche se lui pensa che sia un ragazzo?
1: I ragazzi
CHARLOTTE (CHARLIE)
Entrai nell'arena come un orco alto due metri e mezzo, con indosso un'armatura completa da battaglia, pronta a sfidare i miei avversari insieme ai miei tre fidati compagni.
Combattevamo fianco a fianco da anni ormai, facendoci strada verso la vetta. Mi sarei fidata ciecamente di ciascuno di loro. E lo facevo. Mi avevano salvato la pelle più volte di quante potessi contare, proprio come io avevo fatto con loro.
Be’, sarei stata pronta a combattere se gli altri tre si fossero degnati di connettersi.
«Scusami tanto, Mars. Mi sto collegando adesso. L'allenatore ci ha trattenuto», mi disse il mio migliore amico Jupiter, o Jup per gli amici, nella nostra chat vocale.
«Meno male che ti sei fatto vivo... Ma che skin ti sei messo!?»
Al posto del mio migliore amico, che di solito giocava nei panni di un elfo oscuro, c'era un coniglio blu elettrico alto un metro e venti e nemmeno un coniglio feroce e minaccioso: un tenero coniglietto pasquale.
«Accidenti. Mia sorella deve aver pasticciato con le impostazioni. Torno subito».
Si scollegò in fretta prima di riconnettersi con i suoi soliti panni da elfo.
«Non fiatare con gli altri», mi implorò Jup, ma stavo ridendo troppo forte per rispondergli.
Ci volle qualche minuto prima che Plut, il nostro terzo compagno di squadra, si collegasse. Di solito giocava con un personaggio femminile, una prosperosa umana dai lunghi capelli rossi che, quel giorno, indossava un abito rosso scintillante. Normalmente non trovavo nulla di strano nel suo personaggio, ma l'abbinamento del vestito con i capelli mi fece scoppiare a ridere ancora più forte.
«Ehi, Jessica, dove hai lasciato Roger Rabbit?» Riuscii a malapena a dire tra le risate.
«Eh?» chiese Plut, confuso.
«Finiscila», replicò Jupiter torvo e io continuai a sbellicarmi.
«Ehi, cos'è che vi fa tanto ridere?» chiese Neptune, l'ultimo membro della squadra. Non mi ero nemmeno accorta che si fosse connesso.
Mi girai per salutarlo, sapendo che il mio migliore amico mi avrebbe fatto la pelle se avessi spifferato tutto, ma mi bloccai quando vidi il suo personaggio. Come Plut, giocava con una donna formosa, ma la sua era bionda e al momento era praticamente nuda.
«Um, come hai fatto a spogliare il tuo personaggio così tanto da lasciarla in mutande?» chiesi.
«Volere è potere», rispose con un sorrisetto.
«Comunque, ora che ci siamo tutti, siete pronti per iniziare la battaglia?» chiese Jup.
Avevamo iniziato giocando la parte RPG, ma in poco tempo avevamo portato i nostri personaggi e le armi al livello massimo. Non avendo più nulla da fare nella parte RPG, eravamo passati alla modalità giocatore contro giocatore, o PVP. Ora gareggiavamo nei tornei e-sports PVP.
Ce la cavavamo piuttosto bene. Al momento, eravamo al quinto posto in classifica nazionale, ma questo era principalmente perché avevamo partecipato solo alla parte online del gioco. Non eravamo riusciti ad andare ai tornei dal vivo, soprattutto perché i miei genitori erano troppo occupati e non volevano che viaggiassi da sola.
Il nostro sponsor stava cercando di organizzare la nostra partecipazione a un torneo imminente, perché ci tenevano molto ad averci. Pensavo ce ne fosse uno l'anno dopo vicino a dove viveva Plut. Speravo che mamma mi avrebbe dato il permesso di andare, visto che i suoi genitori si erano offerti di ospitarmi.
Il problema più grande era che avremmo dovuto prima competere in un torneo regionale per qualificarci e nessuno di noi viveva nella stessa zona.
Mamma conosceva i genitori di tutti e tre i miei compagni di squadra, dato che era un'avvocata e aveva controllato i nostri contratti prima che firmassimo con il nostro attuale sponsor e agente. Mi ero assicurata di dire a mamma di non rivelare il mio segreto parlando con loro.
I ragazzi non sapevano in realtà che ero una ragazza.
Era un po' strano, considerando che Jupiter e io eravamo migliori amici da sette anni, ma il genere non era mai venuto fuori nelle nostre conversazioni. Pensavano tutti che fossi un ragazzo e io non li correggevo. Non volevo che mi trattassero diversamente.
Ultimamente, usavo un modificatore di voce quando chiacchieravamo, così la mia voce sembrava più profonda. Non era stato necessario quando avevamo dieci anni, ma ora sicuramente sembravo più una ragazza diciassettenne che un ragazzo.
Allora, nella nostra squadra, Jupiter, o Tony, era il leader. Io ero la stratega e la migliore cecchina. I ragazzi mi chiamavano tutti Charlie, quando usavano il mio vero nome. Nella vita reale, avevo smesso di farmi chiamare Charlie qualche anno prima. Ero conosciuta come Charlotte, ma ovviamente non avevo mai detto loro del cambiamento.
Neptune, conosciuto anche come Cory, e Plut, conosciuto anche come Frank, erano gli altri due membri della squadra. Erano più bravi nel combattimento a media e corta distanza, il che andava bene, dato che non potevamo essere tutti cecchini.
Anche se conoscevamo i nostri veri nomi, mentre giocavamo usavamo solo i nomi da gamer. Raramente usavamo i nomi veri, tranne quando parlavamo con i nostri genitori.
Non parlavo molto con Neptune o Plut al di fuori del gioco, se non per organizzare gli allenamenti. Con Jupiter, invece, chiacchieravo quasi tutto il tempo. Era probabilmente il ragazzo più gentile che conoscessi, ma sembrava essere il mio opposto. Dai suoi messaggi, avevo capito che era molto popolare e giocava a football.
Io, invece, non riuscivo ancora a parlare con le persone nella vita reale. E con questo, intendo che letteralmente non riuscivo ad aprire bocca e produrre suoni quando ero con degli estranei. Quindi passavo la maggior parte del mio tempo sui libri.
«Charlotte, la cena è pronta», sentii Margot chiamare da sotto. Era stata la mia tata da quando ne avevo memoria. Continuavo a chiedere a mamma perché avessi ancora una tata, visto che avevo diciassette anni, ma lei sembrava pensare che Margot fosse ormai di famiglia e non voleva lasciarla andare.
«Arrivo subito!» gridai di rimando.
«Ehi! Silenzia il microfono prima di urlarci nelle orecchie!» mi rimproverò Nep.
«Scusate, ragazzi. L’ho dimenticato. Ma devo andare a mangiare», dissi.
«Ecco perché tengo sempre il microfono silenziato. Non vorrei che sentiste per sbaglio i gemiti che provengono dalla mia stanza mentre giochiamo», replicò Nep.
«È disgustoso e non è qualcosa che volevo immaginare», risposi.
«Molte notti in compagnia della tua mano?» lo prese in giro Jup.
«Molto spiritoso. Per tua informazione, la mia mano si sente un po' trascurata, con tutte le ragazze sexy che mi si buttano addosso», si vantò Nep.
Quindi, Neptune era un po'... be’, un gran donnaiolo. Come Jup, praticava sport, ma si era montato la testa per la popolarità. Diceva di tenersi silenziato, ma sembrava togliere “accidentalmente” il muto molto spesso. Voleva farci sentire cosa stava facendo. Che schifo.
«Allora, cosa c'è per cena, figlio di papà?» mi prese in giro Jup.
Sì, era il mio migliore amico, ma adorava punzecchiare le persone ogni volta che poteva.
«Non saprei, ma sento odore di qualche tipo di pasta», risposi.
«Muoio d'invidia. Mia madre è stata così occupata ultimamente che non cucina da secoli. Cosa non darei per del cibo italiano fatto in casa», disse tristemente Plut.
«Mi dispiace, Plut. Comunque, ciao ragazzi. Tornerò online tra un'ora e mezza circa», dissi loro prima di uscire dalla chat e allontanarmi dalla tastiera.
Quando scesi, vidi che Margot mi aveva lasciato un piatto di lasagne, ma aveva messo il resto in frigo e aveva già pulito. Presi il piatto e andai al tavolo della cucina per sedermi e mangiare, da sola come sempre.
Il frigorifero iniziò a fare un rumore sommesso. «Ehi, Frigo, com'è andata la tua giornata? Solita routine?»
Puntuale, il fabbricatore di ghiaccio fece un rumore, e io dissi: «Oh, mi dispiace. Sì, anche la mia giornata a scuola è stata un po' una schifezza».
La mia voce suonava strana nella cucina silenziosa, così smisi di parlare.
Inoltre, mi vergognavo un po' ad ammettere, anche al frigorifero, quanto facesse male a volte vedere gli altri ragazzi sussurrare e indicarmi quando pensavano che non li guardassi. Succedeva una o due volte quasi ogni singolo giorno. Mi dicevo che ci ero abituata, ma non capivo come avrei mai potuto abituarmi a una cosa del genere.
Forse ero così socialmente imbarazzante perché non avevo mai avuto alcuna vera interazione sociale, ma fare pratica con gli elettrodomestici non mi avrebbe aiutata.
Avere Margot intorno non aiutava molto. Margot si comportava più come una domestica. Non parlava davvero con me da persona a persona. Mamma e papà pensavano che ci sedessimo insieme a giocare a giochi da tavolo e carte. Dopotutto, quella era originariamente parte del lavoro di Margot. Ma Margot aveva smesso di farlo anni prima.
Non avevo mai detto a mamma e papà che Margot andava dritta in camera sua e chiudeva la porta appena finiva le sue faccende. Non volevo farli sentire in colpa o mettere nei guai Margot.
Vedevo a malapena i miei genitori. Li amavo e amavo quanto avessero successo, ma avrei preferito che fossero a casa di più, piuttosto che essere i migliori nei loro lavori.
In realtà, l'unica interazione sociale che avevo era attraverso la chat dei videogiochi o i messaggi di testo con Jup.
Grazie al cielo avevo lui, altrimenti sarei stata completamente sola.













































