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Alfa ribelli Libro 3

Autore
Renee Rose
Letto da
17,6K
Capitoli
16
Autore
Renee Rose
Letto da
17,6K
Capitoli
16
🧶BDSM🥵Erotica🐺Lupi mannari e mutaforma💪🏻Protettore🎭Drammatico🧙‍♂️Fantasy e paranormale💪🏻Maschi alfa🔒Vicinanza forzata🐺Paranormale

Sedona non sarebbe mai dovuta essere catturata... eppure lo è stata. E quando viene rinchiusa in una stanza con un potente shifter maschio nella notte di luna piena, nessuno dei due è pronto a ciò che accadrà. Lui non ha ordinato la sua cattura, non l'ha comprata, e non aveva mai intenzione di reclamarla... ma la luna ha altri piani. L'istinto prende il sopravvento. Lui perde il controllo: la reclama, la marchia, e la lascia incinta del suo cucciolo.

Divorato dai sensi di colpa, si rifiuta di tenerla prigioniera e la lascia fuggire verso il branco di suo fratello. Ma una lupa marchiata non è mai davvero libera. Il loro legame è indelebile, e lui la seguirà in capo al mondo, se sarà necessario.

Sedona può credere di essere al sicuro. Può credere di essere sfuggita a lui.

Ma il destino - e il legame d'accoppiamento - non hanno ancora finito con loro.

Capitolo Uno

Un premio per l’alfa. Storia d’amore di un lupo mannaro miliardario

Sedona

Apro gli occhi a fatica. Ho le palpebre gonfie e dolenti. Me le strofinerei se non fossi sotto forma di lupa.
Dove mi trovo?
Mi alzo e vado a sbattere contro sbarre di ferro. Oh santo cielo. Sono in una gabbia, una gabbia del cazzo.
Ehi, Sedona, dice la voce di mia madre, le labbra corrucciate. Devi proprio dire parolacce?
Sì, mamma. Se c’è un momento adatto alle parolacce è questo, cazzo.
Sono in una gabbia come un dannato cane. Come un maledetto animale in cattività.
Strofino la testa contro le sbarre, ma non mi aiuta ad alleviare il dolore. Ho la bocca secca e fatico a deglutire da quant’è asciutta. Peggio di qualsiasi balla abbia mai fatto in tre anni di college. Non che sia una grande festaiola, comunque.
Beh, a volte mi piace fare festa, ma a chi non piace?
Mi giro nello spazio limitato, ma è impossibile trovare una posizione comoda. Un ringhio sommesso mi si forma nella gola e la mia lupa si acquatta, come a voler saltare. Vado a sbattere contro alle sbarre e gemo dal male. Faccio un altro paio di tentativi e poi mi arrendo. Mi accuccio con il muso tra le zampe anteriori e chiudo gli occhi per cercare di isolare il dolore. La testa duole ancor di più. Quelli che mi hanno catturato mi hanno somministrato una sostanza per mettermi k.o. Da quanto tempo vacillo tra il sonno e la veglia? Dodici ore? Ventiquattro?
Sono all’interno di un grande magazzino. Altre gabbie sono disposte lungo gli scaffali di metallo, sistemate come i prodotti da Costco o al Club di Sam. Per lo più sono vuote. Un magrissimo lupo nero dagli occhi gialli mi guarda, sdraiato nell’angolo di una di esse.
Nell’aria aleggia fumo di sigaro e da dietro una porta proviene il rumore di voci umane che parlano spagnolo. La porta si apre di colpo, permettendo a un fascio di luce di entrare dal corridoio. Le voci mascoline si avvicinano e un gruppo di uomini si riunisce attorno alla mia gabbia. Gli stessi stronzi che mi hanno presa sulla spiaggia.
Se fossi furba, mi trasformerei per carpirgli qualche informazione. Chi sono, cosa vogliono da me. Ma la mia lupa non ha voglia di parlare.
Mi alzo in piedi; la schiena e la testa premono contro alle sbarre che fanno da tetto alla mia minuscola prigione. Le mie labbra si scostano e mostro le zanne. Un ringhio letale mi sale minaccioso dalla gola.
“Que belleza, no?” chiede uno degli uomini.
Segue una conversazione in spagnolo, ma non capisco niente, a parte americana e Monte Lobo.
Sono lupi, a giudicare dall’odore. Tutti quanti. I loro sguardi lascivi mi fanno scorrere dentro un brivido di paura.
Faccio schioccare le fauci attraverso le sbarre, ringhiando.
Ignorandomi, gli uomini raccolgono la mia gabbia e la portano fuori, vicino a un furgoncino bianco lucente. Aprono i portelloni posteriori e mi sollevano all’interno.
Io mi getto contro alle sbarre della gabbia, abbaiando e ringhiando.
Uno ride. “Tranquila, ángel, tranquila.” Chiude le porte con un colpo secco e mi lascia un’altra volta da sola.
***
Rimbalzo da un lato all’altro della gabbia, al buio. Sembra che il furgone stia andando in salita, muovendosi su terreno sempre più dissestato: dev’essere una strada sterrata. Mi trasformo assumendo sembianze umane per pensare, accucciata, nuda, tra le sbarre.
La mia testa si sta riprendendo dalla sedazione, anche se ho lo stomaco ancora contorto come dopo un doppio giro della morte sulle montagne russe.
Mi serve un piano. Una strategia per filarmela. Afferro il lucchetto all’esterno della gabbia. È solido. Avrei bisogno di un trancia-ferro o di un grimaldello per liberarmi, ma non ho niente. Mio fratello maggiore Garrett mi ha insegnato a scassinare una serratura. L’ho osservato un sacco quando eravamo ragazzini: apriva ogni serratura nostro padre usasse nel tentativo di tenerlo chiuso dentro. O fuori, a seconda della situazione.
Ma non ho con me nessuna molletta per capelli, nessuna borsetta. Né uno straccio di vestito.
Dove mi stanno portando? Lo stomaco mi si annoda. Se fosse un rapimento qualsiasi, potrei dire che la mia famiglia pagherebbe il riscatto. Ma sono una figlia alfa. Qualcuno deve avere qualcosa da ridire su mio padre, quindi… subirò uno stupro di gruppo da parte di un branco straniero. Diventerò la loro schiava del sesso. Dio santo, spero che non siano amanti delle torture.
La mia lupa piagnucola mentre l’odore della mia stessa paura mi invade le narici.
Pensa, Sedona, pensa!
Sono lupi. Mi hanno prelevata da una spiaggia turistica di San Carlos. Sono giovane, femmina. Probabilmente non mi uccideranno. Le femmine mutanti sono più rare dei maschi. Sono una merce di scambio. Mi venderanno all’asta?
Cazzo. Brutta storia. Davvero brutta.
A Garrett non piaceva l’idea che andassi a San Carlos con degli umani. Come una scema, ho gettato al vento le sue preoccupazioni. Ho pensato che facesse l’iperprotettivo. Sono una mutante. Qual è la cosa peggiore che poteva capitarmi?
Un sacco di cose, a quanto pare. Posso quasi sentire la voce di mio padre che dice: Te l’avevo detto. Se uscirò viva da qui, sarò contenta di dargli ragione.
Il furgone si ferma. La mia lupa lotta per prendere il sopravvento, per proteggermi, ma io la costringo a restare al suo posto. La mia unica possibilità è fingere di collaborare, poi strappargli gli occhi con le mie stesse mani e scappare. Per fare la docile, è meglio che appaia nuda e spaventata, come in uno stupido reality show.
Rotolo sul fianco, mi stringo le ginocchia al petto e copro i seni con l’avambraccio. Ecco. Indifesa come un coniglietto.
Il portellone del furgone si apre.
“Per favore,” dico con voce roca. “Ho tanta sete.”
Uno degli uomini mormora qualcosa in spagnolo. Ah sì. Sarà più difficile perché non parlo la loro lingua.
Cavolo, perché non ho scelto spagnolo al liceo? Ah sì, perché volevo fare tutte le lezioni possibili di arte. E non avevo idea che un giorno avrei dovuto parlare con dei rapitori messicani.
“Fatemi uscire dalla gabbia,” imploro, pregando che qualcuno mi capisca.
Mi ignorano. Due uomini prendono la gabbia dalle maniglie ai lati e la estraggono dal furgone. Ma non la posano. Percorrono un sentiero delimitato da alberi con la gabbia che sobbalza e oscilla tra loro. Oltre ai prati ben curati e a un edificio dalle pareti altissime, si vedono solo boschi. I miei aguzzini mi hanno portato in una fortezza in cima a una montagna.
Il mio battito accelera al massimo. “Per favore,” imploro. “Ho bisogno di acqua. E cibo. Fatemi uscire.”
“Cállate,” sibila uno di loro. La conosco pure io quella parola. Vengo dall’Arizona, dopotutto. Taci.
Ok, quindi sono poco solidali.
Due uomini con qualche anno in più – anche loro mutanti, a giudicare dall’odore – vestiti con abiti italiani e scarpe lucidate come specchi, emergono da dietro un enorme portone di acciaio e legno intagliato.
Trafficanti di droga.
Questo è il mio primo pensiero, sulla base dell’abbigliamento, anche se penso che avrei sentito parlare di un cartello della droga composto da mutanti, se esistesse. O no? Ma chi indossa abiti da migliaia di dollari in cima a una montagna piena di boschi?
Gli uomini dall’aspetto ricco parlano con i miei rapitori sottovoce e li fanno entrare.
Ritento con la scena della giovane nuda e spaventata. “Vi prego, aiutatemi señor. Ho tanta sete.”
Uno si gira a guardarmi e intuisco che ha capito. Dice qualcosa ai rapitori con voce secca e dura. Loro rispondono con un sommesso mormorio.
Sì, non ho ottenuto un gran risultato. Ma prima o poi la gabbia la dovranno aprire. E allora gli spaccherò il naso, mi tramuterò e me la darò a gambe levate. Basta lupacchiotta carina.
Mi si annoda lo stomaco mentre la gabbia oscilla. Devo tenermi alle sbarre di metallo per evitare di scivolare a ogni movimento.
Gli uomini seguono un sentiero all’interno delle alte mura di mattoni. Dall’altra parte si erge un’enorme villa o magione fatta di marmo bianco luccicante. Maestosa. Sembra quasi qualcosa di ultraterreno, come se ci trovassimo in un’altra era. O in un’altra dimensione.
Arriviamo a una moderna porta di sicurezza e uno degli uomini eleganti estrae una chiave magnetica. Apre la porta e guida i rapitori all’interno, dove poi scendono una rampa di scale. L’aria è umida e sa di muffa. Arriccio il naso.
Sbatto le palpebre mentre gli occhi si adattano piano piano alla scarsa illuminazione. Oh Signore. Sono in una prigione. Giuro che ci sono porte di ferro con finestrelle spioncino lungo tutto il corridoio. Uno dei ricchi abbaia qualcosa in spagnolo e tutti si fermano, posando la gabbia e aspettando che apra la porta di una cella.
Non appena vedo quello che c’è all’interno, mi tramuto e il mio ringhio riecheggia tra le pareti di pietra.
Nella stanza non c’è altro che un letto con manette di ferro affisse ai quattro lati, pronte per immobilizzare un prigioniero. E ora so perché mi hanno portata qui.
Mi lancio contro alle sbarre della gabbia. Qualcuno assaggerà le mie zanne.
Qualcosa di affilato mi punge il collo e le zampe cedono ancora sotto al corpo.
I miei ringhi mi riecheggiano nelle orecchie e la vista si appanna di nuovo, finché non diventa tutto nero un’altra volta.

Carlos

Sento il formicolio della pelle d’oca alla nuca mentre Don José mi guida giù per i gradini di marmo del palazzo.
“Dove stiamo andando?” Le mie scarpe eleganti ticchettano sulla pietra e il rumore riecheggia contro alle pareti del passaggio scarsamente illuminato, che brillano per lameticolosa pulizia quotidiana.
Il capo del Consejo, il Consiglio degli anziani, piega la testa di lato. “È necessario che tu veda una cosa.” Continua a camminare, aspettandosi che lo segua come se fossi ancora un cucciolo sprovveduto.
Un ringhio sommesso mi sale dalla gola. Don José si gira a guardarmi e caccio giù la risposta del mio lupo.
“Dai una calmata al tuo lupo, Alfa, se puoi. Questa cosa la vuoi proprio vedere.” La leggera deferenza emanata dalle sue parole non placa il tono arrogante. Stringo i denti fino a che non svolta per scendere verso le prigioni, l’area dove vengono rinchiusi lupi nemici e ribelli.
“Basta,” dico con tono secco. La diffidenza del mio lupo è troppo intensa da ignorare. “Cos’è che vuoi farmi vedere?”
Don José esita.
“Non sono più un cucciolo,” dico sommessamente. “Sono il tuo alfa.”
Per un momento lo sguardo del vecchio lupo incrocia il mio. Abbassa gli occhi un secondo prima che si trasformi in una vera sfida. “Lo sai che i tassi di natalità sono precipitati negli ultimi anni.”
“Direi nell’ultimo mezzo secolo,” lo correggo.
“Esatto. E molte nascite producono solo defectuosos,” dice José con sdegno. “Esseri deboli, incapaci di tramutarsi. Nei vecchi tempi…”
Alzo il mento, sfidandolo a completare la frase. Odio da matti quando gli anziani declamano i loro vecchi tempi.
“Nei vecchi tempi, un mutante senza animale non era un mutante,” dice rigidamente. “Venivano rimossi dal branco.”
Rimossi. Un modo carino di dire uccisi.
“Sai cos’ho deciso in proposito, Don José. Ogni lupo nato nel branco è parte del branco. Noi non voltiamo le spalle ai nostri simili.”
“Certamente,” dice, abbassando ancora la testa, la schiena rigida mentre fissa torvo un punto sulla mia cravatta. “Ma il branco deve restare forte. Altrimenti il sangue debole si diluirà al punto che non ci saranno più cuccioli con la capacità di tramutarsi.”
“Va bene.” Incrocio le braccia sul petto. “Arriva al punto.”
“Il Consiglio sta lavorando a una soluzione. Mentre eri all’estero per gli studi, abbiamo dovuto prendere molte decisioni difficili. Per il bene del branco.”
“Per il bene del branco,” mormoro. “Va bene allora. Fammi vedere.”
Allungo il collo dietro a Don José, scrutando il passaggio debolmente illuminato.
“Vedrai.” Gli occhi scuri di José mostrano una luce subdola mentre ordina a una guardia di aprire la porta della cella.
Il problema è che io non ho un beta. Ho José come parte del Consejo, il Consiglio degli anziani. Potrei facilmente avere la meglio su ciascuno dei membri, presi singolarmente, ma tutti insieme sono più forti di me. L’unico motivo per cui mi tengono come capo fantoccio è che la legge del branco usa la regalità di sangue per determinare l’alfa. Un membro della linea alfa originale detiene il titolo di alfa anche se non sa governare.
La porta della cella si apre e resto impietrito.
Su un letto c’è una donna bellissima, nuda, con mani e piedi ammanettati. I folti capelli lunghi e castani sono aperti a ventaglio attorno alla testa, su un materasso privo di cuscino. Seni floridi, pancia piatta, gambe lunghe un chilometro. E lì in mezzo – ah, carajo – un monticello perfettamente depilato e dal tenero bocciolo rosa in bella vista.
Che cazzo… Uno slancio di eccitazione mi pervade e arriva a indurirmi l’uccello. Stringo le mani a pugno. Il mio lupo sta ululando, l’adrenalina pompa nelle vene, ma non so se in preparazione a fare mio questo meraviglioso esemplare di femmina o a combattere per liberarlo.
La donna tira le catene che la legano e il bianco dei suoi grandi occhi azzurri quasi si illumina nel buio. Le sue labbra piene sono screpolate e sanguinanti. Quando la sento gemere, una furia cieca si impossessa di me. Il bisogno di proteggerla, di salvarla da questo destino, sale in superficie, cancellando ogni traccia di inopportuna lussuria.
“Che diavolo è questa roba?” Avanzo a grandi passi e afferro uno dei polsi ammanettati, tirando la catena. “Slegatela,” dico con voce tonante.
Più tardi rivedrò più e più volte la scena, biasimandomi per la mia stupidità. Un riso sinistro è tutto ciò che sento prima di ruotare su me stesso e vedere la pesante porta di metallo chiudersi con un tonfo sonante.
La rabbia mi fa tramutare in un lampo, strappando a mezz’aria gli abiti di sartoria fatti su misura. Mi lancio contro alla porta, il mio grosso corpo da lupo che vi sbatte contro a tutta forza ma senza smuoverla di un millimetro. Ringhio, corro per la stanza, la furia è troppo grande per concedermi un pensiero razionale. Ringhio e faccio schioccare la mandibola, setacciando tutto il perimetro in cerca di una via di fuga. Ovviamente non ce n’è neanche mezza. Conosco bene queste celle.
Merda.
Mi volto verso la ragazza. Stranamente, nonostante la mia feroce dimostrazione di furia, i suoi occhi azzurri non mostrano alcun segno di panico. Mi guarda invece con avido interesse. Forse perché siamo nella stessa barca: due prigionieri lasciati a… maledizione.
So cosa vogliono.
Hanno trovato una lupa di un altro branco e l’hanno rapita per usarla per la riproduzione. Sapevo che volevano che mi accoppiassi, ma non avevo idea che sarebbero arrivati a tanto.
Li ammazzerò tutti: squarcerò la gola a ogni singolo pinche membro del Consiglio. Tenere me in prigionia – il loro alfa – contro la mia volontà per usarmi come maledetto stallone?
Eh no, cazzo.
Ruggisco e mi lancio ancora una volta contro alla porta, anche se so che è inutile. Ricordando che dovrebbe esserci una videocamera nell’angolo, ci salto sopra, serro le zanne sulla plastica liscia e sbriciolo la lente di vetro.
Fanculo.
Giro ancora in cerchio nella piccola cella e torno verso il letto, dove stringo tra i denti le catene che tengono immobilizzati i polsi della ragazza.
Lei chiude la sua mano delicata a pugno, tenendo le dita lontane dalla mia bocca.
Santo cielo, il suo odore.
Sa di… paradiso. Biscotti allo zucchero e mandorle, con un tocco di agrumi. E lupo. Questa femmina non è per niente defectuosa. Chissà com’è fatta la sua lupa. Nera come il mio? Grigia? Marrone?
Scuoto la testa. Non ha importanza. Non mi accoppierò con lei. La porterò fuori di qui, diamine.
Ringhio e tiro con tutte le mie forze, tiro quella maledetta catena per staccarla dalla parete.
La meravigliosa femmina fa come me; i suoi giovani muscoli si gonfiano in una dimostrazione di spettacolare forma atletica. Uniamo le forze, ma la catena non si stacca.
Crollo seduto.
“Grazie di averci provato.” Il suo accento è una dolce melodia.
No. Questa attraente americana non mi interessa. Non importa quanto possa essere affascinante e bella. È quello che vogliono loro.
Pensano che gettandomi qua dentro con lei, riscuoterò il premio che hanno catturato per me. Che affonderò i denti nella sua carne e la marchierò per sempre. Stanno facendo affidamento sul mio istinto alfa, che dovrebbe portarmi ad accoppiarmi con un’altra alfa per riprodurmi.
Pensano che perdonerò o dimenticherò la manipolazione? Credono seriamente che li lascerò vivere dopo questo scherzetto?
Mi ritramuto in forma umana.
Carajo. Ora sono nudo pure io: gli abiti li ho distrutti nella mutazione.
E questa imperversante erezione non farà sentire molto più sicura la bellezza incatenata.
Ruoto per dare la schiena al letto. Bene. Cavolo. Ovviamente ho l’uccello più duro della pietra. Per quanto sia incazzato o voglia salvarla, la bellezza incatenata è innegabilmente la cosa più erotica a cui abbia mai assistito.
“Cazzo.” Raccolgo i resti lacerati dei pantaloni e trovo all’interno i boxer. Sono strappati ma potrebbero starmi su, se li tengo con le mani. Me li infilo.
“Mi capisci.” C’è una nota di sollievo nella sua voce.
Mi acciglio. Non dovrebbe fidarsi di me. Perché se sapesse quello che voglio fare a quel suo corpo sensuale, nudo e completamente disponibile, griderebbe.
La camicia è poco più in là. La afferro e mi preparo alla sua inebriante presenza prima di girarmi.
Non mi è di aiuto. È bellissima come pensavo. No. Di più. Riesco a portarmi a lato del letto e uso la camicia per coprire per quello che posso la sua pelle, che ha una tinta oro bruciato, con le strisce più chiare di quello che deve essere stato un bikini davvero minuscolo. Mi viene l’acquolina nell’immaginarmela sulla spiaggia, dove si è procurata quell’abbronzatura. So che deve aver riempito il costume in modo tale da far gemere ogni singolo maschio nei paraggi.
Stendo la stoffa sopra al suo sesso e tiro l’altra estremità verso i seni.
Lei squittisce, le cosce tirano contro le manette di ferro attaccate alle caviglie. Inalo l’odore della sua eccitazione.
Cielo, basta così poco? Un leggero tocco con la stoffa contro le sue parti più sensibili ed è già pronta a essere posseduta?
Sul serio, non sopravvivrò questa prova.
Sistemare la camicia diventa una tortura bella e buona, perché quando l’odore mi arriva alle narici tiro la stoffa con troppo vigore e le scopro la passera, poi la faccio scivolare via dai seni tirando con impazienza dalla parte opposta.
L’alzarsi e l’abbassarsi dei capezzoli per effetto del respiro accelerato non mi è di aiuto, e non lo sono neanche quei grandi occhi azzurri fissi su di me.
“Cazzo,” mormoro, tirando entrambe le estremità contemporaneamente. Le mie dita sfiorano la sua pelle e riesco a malapena a trattenere un ringhio di eccitazione. È morbida come quella di un neonato. Liscia. Ho il cazzo che spinge aitante verso di lei e, come un idiota, inspiro profondamente. L’odore dei suoi feromoni e della sua eccitazione mi fa girare la testa. A giudicare dall’odore, è vicina all’ovulazione. Devono saperlo. E devono anche sapere che nessun mutante purosangue può sopravvivere rinchiuso con una lupa alfa nuda, in calore, durante la luna piena senza farla sua e marchiarla per sempre.
Riesco a coprirle il sesso e un seno con la mia camicia prima di lasciare il pezzo di stoffa e fare un passo indietro. Se sfioro ancora una volta quella pelle, giuro che mi lancio a palparne ogni singolo centimetro.
In qualche modo distolgo gli occhi dal seno ancora scoperto, con il capezzolo color pesca gonfio e turgido. Mi chiedo quale aspetto di questo scenario la ecciti: essere legata, la nudità o la mia attenzione sul suo corpo fottutamente meraviglioso. No, non voglio saperlo.
Il mio respiro si fa più affannoso quando mi pervade una nuova spinta di desiderio. Mi schiarisco la gola. “Sei americana?”
Lei annuisce. “E tu?” La sua voce esce un po’ roca e un po’ sussurrata mentre se la schiarisce e si passa la lingua rosa sulle labbra secche.
Reprimo un gemito.
Sa il cielo come vorrei mentire e dire sì. Fingere di essere stato rapito in America, come lei. Portato sul Monte Lobo e gettato in una cella. La rabbia per la situazione quasi mi induce a tramutarmi di nuovo.
“No.” Allungo una mano per sistemare ancora il pezzo di stoffa, ma riesco solo a farlo scivolare giù da entrambi i seni.
Cazzo, quei capezzoli. Mi stanno implorando di prenderli in bocca, che la mia lingua dia loro l’avventura della vita.
Chiudo gli occhi e mi allontano di qualche passo per dominare il desiderio. “Sei ferita?” La domanda mi esce di bocca più brusca di quanto vorrei.
“Ho sete.”
Vado alla porta e la batto con il palmo, facendo riecheggiare il rimbombo dell’acciaio contro alle pareti della cella.
Non sono sorpreso di non sentire risposta. “Ha bisogno di acqua,” grido in spagnolo. Non riesco a vedere fuori dalla finestrella, perché all’interno è un vetro satinato che permette di guardare solo da fuori. Questa volta sento una voce sommessa. Figli di puttana. Sono là dietro che ascoltano. Almeno ho disabilitato la videocamera di merda.
“Mi chiamo Carlos. Carlos Montelobo.” Mi preparo ancora una volta per voltarmi a guardarla. “Mi spiace moltissimo che ti abbiano trattata in questo modo.”
Lei si lecca le labbra di nuovo. Deve smetterla. “Non è colpa tua.”
Ecco dove sbaglia, e io sono uno stronzo se non glielo dico.
I suoi occhi scendono dal mio volto al mio torso nudo, e arrivando alla vita prima di scattare nuovamente sul mio viso. Arrossisce.
Oh, cielo. Che dolce. Che dolce, cazzo.
Mi passo le dita tra i capelli. “Purtroppo è colpa mia.”
Lei socchiude gli occhi.
Alzo le mani. “Cioè, non sapevo che avessero intenzione di fare questo, ma quello lì è il mio branco. Dovrei essere il loro maledetto alfa. Solo che il Consiglio degli anziani mi ha fatto rinchiudere qui con te.”
“Perché?”
Lo sa il perché. Lo capisco dal modo in cui il suo sguardo scatta sulla mia erezione.
Deglutisco e mi siedo sul letto, la concentrazione ancora fissa sulle catene, come se potessi scoprire un altro modo di liberarla. “Il branco soffre per eccessiva consanguineità. È diminuito di numero e molti dei nostri non sono in grado di tramutarsi. Li chiamiamo defectuosos. La maggior parte delle femmine sono sterili e non possono riprodursi. Sapevo che il Consejo stava lavorando a un piano per introdurre nuovi accoppiamenti, ma non avevo idea che sarebbero arrivati a tanto.” Agito una mano in aria per indicare la cella.
“Vogliono che ti accoppi con me?”
“Sì.” Il senso di colpa mi cala nel petto come un’ancora, trascinandomi nel profondo.
Le sue guance arrossiscono e la vedo tirare le catene.
“Shh.” La tocco prima di rendermi conto di aver deciso di farlo, accarezzandole la guancia con il pollice. “Non ti preoccupare, bellezza. Non intendo prenderti con la forza, te lo giuro.” Vedendola continuare a tirare le catene, le afferro entrambi i polsi sotto alle manette. “Ferma.” La mia voce si fa più dura e autoritaria.
Lei si immobilizza. È la sua lupa che reagisce istintivamente al dominio di un maschio alfa, ma lo sguardo non corrisponde a tanta obbedienza.
E la reazione del corpo agli occhi.
Sì, il mio corpo è proprio qui con il suo. La sto trattenendo mentre l’uccello mi sventola come una bandiera. I suoi seni squisiti sono a pochi centimetri dal mio petto. Posso sentire il calore del suo corpo, il soffio del suo fiato contro al collo.
“Non voglio farti del male più di quanto già ti abbiano fatto.” Sollevo il mio peso da lei e lascio andare i polsi.
La vedo avvampare e vorrei lacerare la mia stessa gola quando le lacrime salgono in quegli occhi incredibilmente azzurri. Una scivola giù e le scorre sulla guancia. Allungo una mano e gliela asciugo con il pollice. “Non piangere, muñeca. Non ti farò mia e non permetterò loro di farti del male. Hai la mia parola.”
Lei scosta di colpo il volto dalla mia mano. “Perché dovrei fidarmi di te?”
È furba. “Non dovresti.”
Non sono neanche sicuro di poter onorare la parola, ma so che morirei pur di provarci. “Esatto.” La risata che le esce dalle labbra è amara.

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