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Alfa ribelli Libro 5

Autore
Renee Rose
Letto da
19,3K
Capitoli
16
Autore
Renee Rose
Letto da
19,3K
Capitoli
16
🐺Paranormale⚔️Da nemici a innamorati🎭Drammatico🐺Lupi mannari e mutaforma👩‍❤️‍👨Vero compagno💪🏻Protettore🧙‍♂️Fantasy e paranormale🔒Vicinanza forzata

Un lupo mannaro, uno shifter gufo e una scienziata entrano in un bar...

Sam

Sono nato in un laboratorio, affidato a una famiglia umana, poi torturato in una gabbia. Il destino mi ha permesso di fuggire, e so perché.

Per riequilibrare la bilancia della giustizia. Per riparare ai misfatti degli harvester.

Nulla conta più di abbattere l'uomo che mi ha reso ciò che sono: un mostro guidato dalla vendetta, a qualunque costo.

Poi incontro Layne. Lei pensa che io sia un eroe.

Ma non capisce: se non seguo questa oscurità fino in fondo, sarà lei a consumare me.

Layne

Ho passato la vita in laboratorio, cercando la cura per la malattia che ha ucciso mia madre. Niente serate fuori, niente appuntamenti, e di sicuro niente fidanzato.

Poi Sam irrompe nel mio laboratorio, ruba le mie ricerche e mi rapisce. È distrutto. Folle. E di sicuro non è umano.

Lui e i suoi amici sono in missione per fermare l'azienda che ha torturato gli shifter, e ora ne faccio parte anch'io.

Sam promette di proteggermi. E quando mi tocca, mi sento rinascere. Ma lui è ossessionato dalla vendetta. Non ha intenzione di rinunciarci.

Nemmeno per me.

Capitolo uno

Layne

I dati del computer mi fissano, e io ricambio lo sguardo. È una gara inutile. È il computer a vincere.
Scuotendo la testa, mi spingo con la sedia dall’altra parte del laboratorio, verso il microscopio. Ma niente. Non è cambiato nulla neppure qui. “Non può essere corretto” mormoro strofinandomi gli occhi. È tutto il giorno che sposto lo sguardo dallo schermo al microscopio e viceversa. E lo faccio sette giorni su sette da quando ho iniziato questo lavoro. Forse comincio ad avere le allucinazioni.
“C’è qualcosa che non va?”
Sussulto e ruoto sulla sedia, portandomi una mano al petto. “Dottor Smyth, mi ha spaventato.”
L’uomo alla porta piega di lato la testa ricoperta di capelli biondissimi, ma non si scusa.
“Non è niente. Stavo solo parlando da sola. A volte lo faccio. Ehm.” Mi schiarisco la gola. “Ho finito i test preliminari sulle cellule che il team Alfa ci ha fatto avere. Ci sono stati risultati decisamente spettacolari.”
Il capo entra come se fosse a casa sua, anche se non ha mai messo piede qua dentro da quando mi ha assunta. Non indossa un camice da laboratorio, ma pantaloni e giacca scuri. Le lucide scarpe nere non fanno il minimo rumore quando cammina, e a volte lo scorgo a guardarmi con occhi fissi, senza battere ciglio. Come un alligatore, o un predatore impegnato nella caccia. Mia madre mi ha sempre detto che ho una fervida immaginazione. Mi aggrappo alla sedia, felice di avere qualcosa come scudo tra lui e me.
“Le devo chiedere una cosa: qual è la fonte di queste cellule?”
“Te lo direi, ma poi dovrei ucciderti.” Il suo sorriso mi fa irrigidire. È una smorfia priva di ogni allegria, che non fa altro che mettere in mostra i canini piuttosto sporgenti.
“Ah sì, certo.” Rido stentatamente, per dimostrare che ho colto la battuta.
“Tutto a tempo debito, signorina Layne. Per ora, la Data-X sta eseguendo dei test in doppio cieco su tutti i nuovi progetti, per prevenire errori nelle scoperte.”
“Certamente. È solo che i dati… sono straordinari.” Mi porto alla scrivania per mostrarglieli. “È stato tutto normale fino a che non li ho messi sotto a un ampio spettro…”
“Un momento.” Il capo mi interrompe e fa cenno a qualcuno dal corridoio. Un uomo più anziano, alto e slanciato, con il volto rugoso, entra nella stanza. “Don Santiago, vorrei presentarti la nostra nuova collaboratrice, la scienziata che abbiamo messo a capo del progetto Omega. La signorina Layne Zhao.”
A dire il vero sono la dottoressa Zhao. Ho lavorato sodo per ottenere il dottorato. Un giorno o l’altro troverò il coraggio di correggere chi sbaglia, guardandolo con un sorriso da coccodrillo.
Il nuovo arrivato mi squadra da capo a piedi. O ritiene il mio aspetto un po’ trascurato, oppure sta ammirando i mieiseni sotto al camice. Decido che è la prima delle due, giusto per concedergli il beneficio del dubbio.
“Piacere di conoscerla.” Raddrizzo la schiena. Avrei preferito sapere che il capo si sarebbe presentato con degli ospiti. Non ricordo neanche l’ultima volta che sono andata a casa a farmi una doccia. Non che avrei avuto molto tempo, ma almeno avrei potuto mettermi un camice pulito e poi magari spazzolarmi i capelli. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho fatto una di queste cose. Ma questo non impedisce a Don Inquietante di farmi i raggi-x.
“Il piacere è tutto mio” dice l’uomo con voce suadente. Ha un marcato accento inglese. Il suo sguardo rimane fermo sulla curva dei miei seni sotto al camice, mentre dice a Smyth: “Una donna così bella, e la tieni rinchiusa in questo laboratorio.”
Smyth ride e io mi tengo aggrappata alla sedia. C’è qualcosa in quel sono roco che mi fa serrare i denti.
“Oh, alla fine la faremo uscire.” Poi si rivolge a me: “Don Santiago è in visita per verificare tutte le nostre operazioni. È uno dei principali finanziatori del programma. Vorrei che sentisse quello che hai scoperto.”
“Certamente.” Faccio una pausa, vedendo diversi uomini vestiti di nero entrare e prendere posto accanto alla porta o in altri punti discreti della stanza. Portano tutti a tracolla, davanti al petto, delle armi automatiche.
“Mi scuso” dice Santiago con quel suo tono denso e caldo. “Porto le mieguardie del corpo ovunque vado. La situazione è molto meno sicura nel mio Paese.”
“Ah, va bene. Nessun problema. Anche qui le misure di sicurezza sono piuttosto serrate.” Sorrido debolmente. La verità è che la sicurezza in questo posto è assurda. Un altro motivo per cui passo in laboratorio tante ore: per non farmi perquisire ogni volta che faccio una pausa o esco per pranzo. Alcune guardie si divertono a perquisirmi un po’ troppo.
“Una precauzione necessaria” dice Smyth. “La nostra ricerca è pionieristica nell’ambito degli studi sul DNA. La concorrenza ucciderebbe per mettere le mani sulle nostre scoperte.” Mi irrigidisco di nuovo alla parola uccidere, ma sia Smyth che Santiago ridono. Probabilmente essere circondata da sei uomini nerboruti e armati mi rende un po’ nervosa.
Mi schiarisco la gola. “Come stavo dicendo, queste sono le cellule estratte dal progetto Alfa. Avete presente?”
Sia Smyth che Santiago annuiscono. Mi sa che ne sanno più di me, al riguardo.
“Allora, sto facendo dei test su queste cellule. E… sono straordinarie. Resistenti alle malattie, estremamente longeve e auto-rigeneranti.” Mi fermo, aspettando un loro commento di sorpresa.
Niente. I due mi guardano. Santiago sembra quasi… annoiato. Smyth mi fa segno di continuare.
“Ma sono normali cellule umane… o almeno lo credevo.” Mi giro verso il computer dove ho condotto l’ultimo test. “Oggi le ho messe sotto a uno spettro a luce debole. Le cellule… si sono trasformate. In qualcos’altro. Qualcosa di… non umano. Non sono stata in grado di scoprire molto altro…”
“Che genere di spettro di luce ha dato avvio alla trasformazione?”
“Uh.” Odio quando mi interrompono, e Smyth lo fa un sacco di volte. Ma è il capo, e quando mi ha assunta mi ha dato accesso a una struttura di livello avanzato per permettermi di completare i miei studi post-dottorato. E quando pubblicherò le mie scoperte, sarà valsa la pena di sopportare tutti i dettagli inquietanti che fanno da contorno alla situazione. O almeno è quello che continuo a ripetermi. Sorrido e lo assecondo. “È ehm…” Cerco dei termini semplici, da inesperti. “Una luce composta per lo più di rosso e arancio. Una luce debole. Fatta per simulare il bagliore della luna.”
Smyth e Santiago si guardano.
“Nient’altro?” chiede Santiago. Scuoto la testa, anche se vorrei scatenarmi a parlare di quanto sia stupefacente la scoperta.
“Bene, bene. Mandami una mail se trovi altro.” Smyth allunga una mano per fare segno a Santiago di uscire, congedandosi immediatamente da me.
Mi mordo la lingua. Sono una scienziata specializzata in DNA. Mi sono laureata in due delle maggiori scuole. E ora ho un capo che mi tratta come se fossi un tecnico di laboratorio idiota, o peggio un bocconcino da guardare. E lo accetto, perché se queste cellule Alfa contengono la chiave per curare malattie, allora vale la pena di sentirsi ancheun po’ a disagio.
Sospiro e mi rimetto al lavoro.
***
Qualche ora più tardi, le luci lampeggiano sopra di me e io sbatto le palpebre. Per un secondo il laboratorio è immerso nell’oscurità e l’unica fonte luminosa sono i computer. Mi alzo in piedi ma le luci si riaccendono, come se niente fosse. I computer sono tutti in funzione, ma sono collegati a deigeneratori di backup, per non rischiare perdite di dati in caso di interruzione dell’energia elettrica. Però è strano.
“Sicurezza” dice una voce bassa, e io indietreggio dalla scrivania. Un giovane con i capelli biondi a spazzola alza le mani in aria. Indossa un paio di jeans neri e una maglietta dello stesso colore che gli fascia il petto muscoloso. Non è imponente come certe guardie, ma è slanciato e muscoloso. Qualcosa nel suo aspetto mette in moto la mia libido quasi estinta.
“Ehi, scusa. Non volevo spaventarti.”
“Nessun problema. Ehm, me ne devo andare?” Raccolgo delle carte.
“No, non mi fermerò molto. Sei del turno di notte?”
Gli lancio un sorriso. È giovane per essere una guardia, deve avere la mia età. Ha gli avambracci ricoperti di tatuaggi e piercing su entrambe le orecchie. Nonostante questo, ha un aspetto amichevole e non mi fa paura.
“Sto solo facendo gli straordinari. Ho un progetto in corso. Sai com’è.”
“Faccio veloce” dice. “I soliti giri.”
“Capito. Mi pare che non lesinino proprio sulla sicurezza, qui.”
Un’altra risata sommessa. È un piccolo James Dean. O Billy Idol. Non come le altre guardie, che sembrano soldati. “Ti prometto che non ti intralcio.” Ha la voce roca da fumatore.
“Grazie.” Questo gli fa guadagnare un sorriso ancora più grande. Il laboratorio è il mio regno e il mio santuario. Visto tutto il tempo che ci passo, dovrebbe essere il mio indirizzo di residenza.
Mi stringo la sommità del naso per alleviare il dolore tra gli occhi. È sera, il che significa ora di cena. Non ho neanche pranzato.
Vado verso l’angolo, dove tengo le barrette ai cereali e gli antidolorifici. Mi sento addosso gli occhi del giovane. È attraente, se si presta attenzione a dettagli del genere. Cosa che io in genere non faccio. Per qualche ignoto motivo, i miei ormoni – che funzionano a stento da quando ho saltato il liceo per andare subito al college – sembrano essersi messi in moto. Per la prima guardia simpatica in questo ambiente di lavoro così simile a una prigione. Pensa un po’. Dovrei davvero uscire di più.
Uso la pausa per andare al bagno, dove mi rinfresco il viso con dell’acqua. A parte i segni neri sotto agli occhi, non ho un aspetto proprio orribile. I capelli neri e lisci sono raccolti in una severa coda di cavallo: niente complicazioni. Ho gli zigomi alti e le fossette, come mia madre, e gli occhi a mandorla, un dono del mio padre sinoamericano. Penso di essere carina. Anche con un camice da laboratorio addosso, le curve sono evidenti. Non così piene come sarebbero se mangiassi regolarmente, ma sotto alla stoffa bianca c’è un corpo da donna. Quel che basta a stuzzicare le fantasie di viscidi addetti alla sicurezza. Quel che basta ad attirare l’attenzione di Santiago.
Faccio una smorfia mentre mi guardo allo specchio. Non me ne frega niente se è un finanziatore o un multi-milionario – e deve esserlo, per aver finanziato un progetto del genere. Quello lì mi fa paura. Non voglio che mi metta gli occhi addosso. La giovane guardia di là… quella è un’altra storia. Non mi spiacerebbe una bella perquisizione da parte sua.
Ok, questo era un pensiero stranamente sessuale. Cosa mi sta succedendo? Sono davvero stata troppo isolata ultimamente.
Quando torno al mio posto, il computer lampeggia. Strano. Andava benissimo un minuto fa. Ma ora lo schermo è in moto.
Ma che diavolo succede? Mi acciglio e porto velocemente le dita sul mouse. C’è la mia ricerca in questo computer, e non ho tempo per problemi informatici.
Mi volto e vedo il giovane della sicurezza chino su un modem nell’angolo. “Cosa stai facendo?”
Lui raddrizza la schiena, ma non risponde.
“L’unica persona che dovrebbe toccare questi computer sono io.”
Si infila le mani in tasca e per qualche motivo penso che lo faccia per apparire meno minaccioso.
“Ti ha mandato il dottor Smyth?”
Il bel giovane rimane immobile. Completa allerta. “Conosci il dottor Smyth?”
“Certo che lo conosco. È lui che mi ha assunto. Era qui poco fa.”
“Qui?” La bocca del ragazzo si irrigidisce, gli occhi azzurri si infiammano. “L’hai visto?”
“Sì. Perché?” Il computer accanto a me emette un segnale sonoro. Mi volto. “Cos’hai fatto?” Vedo dei numeri scorrere sullo schermo, una specie di codice che non conosco. “Questi macchinari vengono usati solo per la tabulazione dei risultati dei miei test.” Pigio un tasto sulla tastiera, ma non succede nulla. “Sei stato tu? Ferma tutto!”
Quando mi volto, mi sta puntando contro una pistola. È grossa e ha una doppia canna. “Allontanati dal computer” dice. “Non voglio farti del male.”
Sento il cuore balzarmi in gola. Alzo le mani e indietreggio. L’aria innocua e disinvolta è sparita, sostituita dalla freddezza di un vero soldato.
Chi diavolo è questo qua, e cosa vuole? Tutt’a un tratto la sicurezza dell’edificio non mi sembra così eccelsa. Forse c’è davvero gente che vuole impossessarsi dei dati della ricerca. Se riuscissi ad arrivare al corridoio, potrei far scattare l’allarme. Devo aver mosso gli occhi in quella direzione, perché lo vedo scuotere la testa.
“Non ci pensare nemmeno.”
Sento ribollire e poi gelare il sangue. “Cosa intendi fare?”
“Quello che devo. Niente di più e niente di meno. Fai come dico e non avrai niente di cui preoccuparti.” Mentre parla, tiene sempre l’arma puntata contro di me. Resto ferma, passando in rassegna mentalmente ogni oggetto presente che potrebbe tornarmi utile come arma. Nella cella frigorifera ci sono fiale di malattie infettive, ma se gliele getto addosso corro un grosso rischio. Con la pistola puntata contro di me, l’intruso si avvicina al computer e aspetta.
“Ancora qualche minuto e poi me ne vado. Ma il laboratorio è stato imbottito di esplosivi. Quindi sarà meglio che te la svigni alla svelta anche tu.”
Sento il ghiaccio scorrermi nelle vene. “Cosa? No.” Sussulto. “Stai bluffando.”
“Io non bluffo mai.”
Mi gira la testa e afferro lo schienale della sedia per mantenere l’equilibrio. “Ma perché lo fai? Questa ricerca potrebbe salvare delle vite.” La mia mente sta vorticando, cercando di elaborare un modo per recuperare i dati e portarli fuori da questo posto prima che salti per aria.
“È quello che ti hanno detto per convincerti a lavorare qui?” La calma che emana è quasi inquietante. Un’intelligenza tranquilla che mi trattiene dall’etichettarlo come pazzo.
Come ho fatto a scambiarlo per una guardia? Quando sposta gli occhi su di me, vedo che mi ero sbagliata: non sono azzurri. Hanno una strana tonalità giallastra. O forse è uno scherzo della luce.
“Ti hanno mentito.”
“No, è la verità. Lo so. Lavoro su questo progetto da metà della mia vita. E sono vicinissima a una scoperta fondamentale.” Non posso trattenermi dal voltarmi verso la stampante e prendere la risma di documenti. “Ti prego, le mie scoperte avranno un enorme significato per la gente. Parlo di gente senza speranza…” Un singhiozzo mi sale alla gola a interrompermi. In genere non manifesto emozioni. Mi sa che è la minaccia nella quale mi trovo a sortire questo effetto.
Lui fa un leggero passo avanti e mi scruta in volto per un momento. “Che cos’hai scoperto?”
“Le cellule su cui sto lavorando… sono resistenti alle malattie. E non solo. Si rigenerano pure. Ho quasi finito di estrarre la sequenza del DNA. Quando avrò terminato, potrò sostituirla.”
Vedo un leggero movimento nella sua espressione, ma non sono in grado di interpretarlo. “E poi?”
“Poi… userò le cellule per aiutare la gente. La gente che sta male. La gente che soffre di malattie debilitanti e letali, che non ha altre opzioni. Questa scoperta aiuterà un sacco di persone.” Mi interrompo, vedendo che le luci lampeggiano un’altra volta.
Si riaccendono un secondo, come trattenendo il fiato. Poi si spengono del tutto e ci troviamo avvolti dal buio. Vedo solo quel poco che èilluminato dal bagliore verde del segnale ‘Uscita’ sopra alla porta. La giovane guardia non si è mossa, e mi rendo conto che è tutto parte del piano. Il suo bel viso appare quasi esausto nella tenue luce emanata dagli schermi dei computer.
“Mi spiace” dice.
Qualcosa scatta in me. Corro verso la porta. Lui mi è addosso in un lampo e le sue braccia mi afferrano da dietro. Apro la bocca per urlare, ma lui soffoca il grido con una mano. Mi viene in mente che non ha usato la pistola. Perché?
“Calmati.” Mi riporta indietro. Sono più piccola di lui, e devo dire che è anche spaventosamente forte. “Non voglio farti del male. Voglio solo saperne di più sul dottor Smyth. Dove si trova adesso? Qui nella struttura?” Ha un odore caldo di pino e terra. Forse è segno che sono stata rintanata qui dentro per troppo tempo, ma la sensazione delle sue braccia attorno mi fa sentire bene. È come se mi stesse abbracciando, non intrappolando né bloccando. E non sono spaventata come forse dovrei. Ma non posso lo stesso permettere che mi rovini la ricerca. Mi leva lentamente le dita dalla bocca.
“Non so niente. Ti prego... mi hanno assunta solo qualche mese fa!”
“Però oggi l’hai visto?”
Annuisco.
“Era con qualcuno?”
“Un uomo di una certa età, un finanziatore. Don Santiago. Aveva un sacco di guardie del corpo” aggiungo. “Tipo una decina. Uomini armati. Una milizia.” Non so se glielo dico per spaventarlo o perché ho bisogno di raccontarlo a qualcuno, vista la bizzarria della cosa.
Il giovane mi fa girare in modo da trovarsi faccia a faccia con me. Mi stringe entrambi gli avambracci con presa salda ma non esagerata. Qualcosa nella sua vicinanza mi riporta in vita il corpo: i capezzoli si inturgidiscono e sento l’eccitazione scorrere tra le gambe. Ma è da pazzi essere attratti da un criminale.
“Sono nell’edificio?”
Scuoto la testa. “No, penso che se ne siano andati.”
“Dove? Smyth ha un ufficio qui?”
“Per favore…”
“Rispondimi!” dice con rabbia.
“No! Non so dove lavori. In genere ci interfacciamo al telefono o in videoconferenza.” Lo scruto nel buio. Ha due occhi che sembrano vecchi, confronto al viso giovane. Chiunque sia questo ragazzo, ha vissuto un’esistenza difficile.
“Come ti chiami?”
“Dottoressa Zhao. Layne.” Aggiungo il nome sperando che mi veda come una persona, non come un anonimo topo da laboratorio. Mi lecco le labbra. Per un istante il suo sguardo si posa su di esse. Lo vedo indeciso.
“Va bene, Layne.” Mi gira e mi blocca entrambi i polsi dietro alla schiena. “Adesso vieni con me.”

Sam

Il respiro spaventato di Layne mi angoscia mentre la spingo avanti, tenendole i polsi con una mano. Dopo averla vista così infervorata nel tentativo di convincermi delle sue ragioni, un po’ mi aspetto che tenti di scappare. Ma tiene invece la testa bassa e fa come le dico. Forse è sotto shock. O sta prendendo tempo. Ovviamente è furba.
La dottoressa Layne Zhao. Layne. Il nome mi tintinna nella testa come una melodia. Ha un profumo dolce, da gelsomino. A quanto pare è passato un sacco di tempo da quando ci ho provato con una femmina, perché il mio lupo è impazzito quando l’ho afferrata, e mi sono trovato la testa piena di immagini di lei carponi per terra e io che la prendevo forte da dietro.
Cristo. Sto perdendo il controllo. Non posso permettere alla pazzia della luna di impossessarsi ancora di me. Non posso. Se voglio chiudere l’operazione, devo mantenere sembianze umane. Non posso permettere che il buio abbia il sopravvento.
La spingo velocemente lungo il corridoio, strisciando il suo badge per aprire la porta. La vedo inclinare la testa verso la videocamera subito sopra e disegnare con le labbra la parola aiuto.
Peccato che una semplice manomissione abbia permesso di impostare una registrazione che prosegue in loop all’infinito. E poi ho già sedato i due che monitorano l’ingresso. La sicurezza è serrata, ma nessun sistema è impenetrabile. Sarà complicato uscire con un ostaggio, ma fin qui tutto bene.
Gli ostaggi non rientrano tanto nel mio stile, ma se sta dicendo la verità su Smyth e Santiago, allora lei è il collegamento più vicino che ho a loro. Insieme alla chiavetta piena di dati che quasi mi scotta nella tasca dei pantaloni.
Portare questa donna con me non ha niente a che vedere con il mio lupo che sta ululando perché la protegga, perché ha paura che non riesca a uscire prima che gli esplosivi facciano saltare tutto per aria.
Le luci si riaccendono e il mio ostaggio torna in vita, dimenandosi nel tentativo di liberarsi dalla presa.
Impreco, non voglio farle male. Ruota la testa e mi dà un colpo sul naso con la fronte, una mossa tanto sorprendente quanto sexy.
Sento lo scricchiolio del setto nasale e allento la stretta. Lei si divincola e parte di corsa lungo il corridoio.
Il mio lupo interpreta la mossa come un dannato gioco, e prima che possa filtrare la mia reazione si lancia dietro di lei. La blocco a terra, dove cadiamo entrambi in scivolata. Il suo flebile uff me lo fa venire duro contro alla morbida curva del suo culo. Una gocciolina di sangue cade dal mio naso sul suo collo, e devo cacciare indietro con sforzo le scuse che mi sono salite alle labbra.
È stata lei a spaccarmi il naso, per l’amor del cielo.
Mi stacco: ho più paura di perdere il controllo che di lasciarla scappare. Posso sempre riprenderla. Grazie alle mie doti da mutante, il naso ha già smesso di sanguinare e le ossa stanno tornando al loro posto. Sono grato al miracolo che ogni volta mi permette di guarire solo perché ricordo benissimo cosa significa essere troppo deboli perché si rimarginino le ferite.
Layne si mette carponi.
Le afferro le caviglie e la tiro indietro. Lei mi prende ancora una volta di sorpresa, ruotando e lanciando il suo corpo contro al mio, come a bloccarmi con la schiena a terra. Ovviamente non cedo, grazie alla mia forza da mutante, quindi va a finire che me la trovo a cavalcioni, con le braccia strette attorno al collo.
Ma ciaaaao, Layne, pensa il mio lupo, con tono suadente. La mia erezione preme contro al calore del suo inguine. Sento che mi infila la mano in tasca, alla ricerca della chiavetta con i dati.
Donna sveglia.
Le afferro il polso per fermarla, poi le infilo un braccio attorno alla vita. Non ho intenzione di tirarla più vicina, ma succede. Ok, forse l’intenzione c’era.
Perché sto perdendo la lotta contro il mio lupo.
Cielo, vorrei che non fosse così dannatamente attraente. Ha le guance arrossate, e cazzo, sono lentiggini quelle che ha sul naso?
Il mio lupo ansima e mi fa avvicinare il naso al suo collo. Mi ci vuole tutto il mio sforzo per controllarmi e non tirare fuori la lingua per assaggiarne il sapore.
“Dottoressa Zhao, mi piacerebbe un sacco ballare il mambo orizzontale con te ancora per un po’, ma non abbiamo tempo. Dobbiamo uscire di qui prima che questo posto salti per aria.”
Le lacrime le salgono agli occhi e l’effetto sulle mie viscere è devastante.
Il mio lupo arretra, l’aggressività del tutto impantanata.
“Ma la mia ricerca...” Sembra davvero distrutta.
Ma dai…
Wow. Questa qui si cura più della sua ricerca che della propria vita. Che cosa… affascinante.
“Se vuoi che la tua ricerca venga conservata, allora devi venire con me, capito?” Le sventolo la chiavetta davanti agli occhi. Meschino da parte mia dato che non ho nessuna intenzione di restituirle i dati, ma devo portarla fuori da questo edificio prima che esploda. Me la levo di dosso, mi alzo rapidamente in piedi e ricomincio a spingerla lungo il corridoio.
Sembra accettare la mia logica, perché stavolta cammina rapida insieme a me. “Dove stiamo andando?”
“Fuori. Sto cercando di metterti in salvo, dottoressa.”
“In salvo da cosa? Sei tu quello con la pistola e gli esplosivi.”
Scelgo di non rispondere. Non abbiamo proprio tempo per spiegarle che si trova dalla parte sbagliata della ricerca etica. Non penso che abbia la minima idea di cosa stia realmente accadendo in questi laboratori.
“Chi sei? Perché stai facendo questo?”
Un sacco di motivi, dolcezza. Giustizia. Salvezza. Vendetta.
“Quelli per cui lavori… sono cattivi.”
La vedo aggrottare la fronte davanti al riassunto della situazione.
“Sono un uomo d’onore” le dico. Se fosse una mutante potrebbe capire dal mio odore che non sto mentendo. Mi scruta mentre la spingo lungo un altro corridoio. Alcuni umani si affidano all’istinto per giudicare gli altri. Spero che la dottoressa Zhao rientri tra questi.
Ovviamente è possibile che l’istinto ce l’abbia, combinato con una certa predisposizione a farsi ingannare. Conoscendo Smyth, deve averla scelta come dipendente proprio per questo motivo. Il miglior guadagno è il risparmio. Tipico di Smyth.
“Facciamo un patto. Tu mi aiuti a trovare il tuo capo e io non faccio saltare in aria il laboratorio.”
“Ti ho già detto che non è più qui. Se n’è andato dopo il nostro incontro di oggi.”
“Intendo dire che puoi darmi qualsiasi informazione che possa tornami utile per trovarlo.”
Socchiude gli occhi. Posso quasi sentire le rotelle del suo cervello che girano mentre analizza le opzioni che le sono offerte. Un profondo respiro e poi annuisce.
Mi sorprende il sollievo che segue il suo consenso. La voglia che ho di guadagnarmi la sua fiducia. Non che abbia importanza, fintanto che farà quello che dico. Ma il mio lupo odia che la minacci.
“Affare fatto?”
“Affare fatto” conferma. Infilo la pistola con il sedativo nella cintura dei jeans. Mi fermo per disinnescare gli esplosivi che avevo predisposto prima e li porto con me. Mi riservo il diritto di tornare per far saltare tutto più tardi, dopo che mi avrà raccontato quello che sa.
Non mentre lei si trova qua dentro, ovviamente.
“Andiamo.”
Alla postazione di controllo della sicurezza, la dottoressa Zhao si ferma di colpo vedendo le due guardie umane che ho lasciato prive di conoscenza.
“Continua a camminare” ringhio. Non farei mai del male a una donna, ma non occorre che lei lo sappia. Premendole una mano contro alla schiena, la spingo oltre i corpi flosci a terra. Stringo i pugni scorgendo l’espressione preoccupata che ha in viso. Non meritano la sua commiserazione.
“Se sapessi che razza di uomini sono, non saresti in pena per loro” le dico con severità. Sembro stizzoso, come se avessi qualcosa da dimostrare. Che sciocchezza. Non devo mica difendermi davanti a lei: ho solo bisogno che mi porti da Smyth.
Lei si morde le labbra, mentre uso di nuovo il suo badge. Mi sono intrufolato qua dentro di soppiatto, ma è necessario uscire normalmente. Ho rubato il badge di una guardia che ho messo al tappeto, quindi sembrerà che stia accompagnando la dottoressa Zhao alla sua macchina.
Quando la vedo guardare un’altra volta i corpi con espressione preoccupata, le prendo un braccio. “Andiamo. Stiamo perdendo tempo.” La tengo vicina a me. “Stai rilassata e ne verrai fuori illesa. Te lo prometto.”
Usciamo rapidamente, insieme. “Qual è la tua macchina?”
Indica una piccola e compatta auto blu e la accompagno lì. Ovviamente guida un veicolo ibrido, uno di quelli rispettosi dell’ambiente. Le ho preso le chiavi prima, insieme al badge. Mentre ci avviciniamo, faccio scattare la serratura.
E lì iniziano i guai.
“Ehi” chiama qualcuno dalla torretta di guardia. “Hai sentito Matthias?”
Faccio di no con la testa mentre dirigo Layne verso il lato del guidatore.
“Devi andare dentro a controllare. È un po’ che non li sento.” Prova ancora una volta a chiamare i colleghi al walkie talkie.
“Va bene.” Le apro la portiera chinando la testa e facendole segno di montare. Gli addetti alla sicurezza sono per la maggior parte umani, ma ci sono anche alcuni mutanti mercenari. Lupi, per lo più.
Che fortuna che uno di loro sia in servizio stasera.
“Ehi, è la dottoressa Zhao quella?” esclama. “Stanno dicendo che non può uscire. Pare ci sia stato un download illegale di dati dal suo laboratorio.”
Mi giro a guardare per dimostrare che lo ascolto cercando di mantenere i movimenti naturali. C’è una folata di vento. Lo vedo sgranare gli occhi quando gli arriva il mio odore alle narici.
“Fermo lì.” Sblocca la pistola automatica proprio quando la dottoressa Zhao si allontana da me.
“Aiuto” grida correndo verso di lui.
Ovviamente lo stronzo punta dritto contro di lei.
“No” urlo scattando al massimo della velocità per raggiungerla prima che la guardia spari. Le vado a sbattere contro, spingendola di lato mentre una raffica di colpi ci passa giusto sopra alla testa. Estraggo la pistola con il tranquillante e sparo. Il bersaglio cade e non perdo altro tempo. Sollevo l’ostaggio da terra e la spingo in auto. Tutt’attorno si levano grida e capisco che le altre guardie sono scattate in azione per fermarci.
Coprendo il fragile corpo dell’umana con il mio, la spingo verso il sedile del passeggero e monto a bordo accanto a lei.
“Allacciati la cintura” le ordino non appena l’auto va in moto. Resto in retromarcia, mantenendomi tra la passeggera e la torretta di guardia. Una raffica di proiettili ci colpisce al nostro passaggio. Beccano la fiancata del veicolo, ma non lo fermano.
“Mi hanno sparato addosso” grida la dottoressa Zhao.
“E grazie al cazzo, dolcezza.” Sterzo in direzione del cancello. Non ho mai usato un veicolo ad alimentazione economica per una fuga. C’è una prima volta per tutto.
“Ma perché fanno così?”
“Hanno pensato che stessi rubando la ricerca.”
“Perché dovrei rubare la mia stessa ricerca? Sono una dipendente…” Lancia un grido quando una guardia ci balza addosso. Sterzo per schivarla e premo l’acceleratore al massimo.
Altri spari. Tengo il volante con una mano mentre con l’altra spingo la testa della dottoressa Zhao verso le sue ginocchia, costringendola a stare bassa.
“Resta giù” le ordino. I cancelli sono chiusi. È ora che questa macchinetta economica si trasformi in un ariete da sfondamento.
Le grida risuonano sopra di noi e le pistole automatiche sparano a raffica. L’auto vola avanti, schiantandosi contro alla recinzione.
La dottoressa grida.
“Resta giù” urlo. Dietro di noi, le guardie passano di corsa attraverso il cancello sfondato, sempre gridando. Alcuni corrono verso le loro auto. Non siamo ancora al sicuro. Ce ne manca.
“Oddio, oddio” ripete la giovane scienziata, come in una cantilena.
“Stai bene? Sei ferita?”
Lei si volta incredula a guardarmi.

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